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Tra le peculiarità di un mondo a sé come il Giappone, ciò che più impressiona chi traffica con la musica è la capacità degli artisti locali di assorbire – fagocitare addirittura – elementi delle (sotto)culture occidentali per estremizzarli, ottenendo in tal modo risultati unici. Ne deriva, ad esempio, che i gruppi pop scintillano di cosmesi, il noise sia tra i più incompromissori e la psichedelia oltrepassi ogni porta del cosmo. Altrettanto naturale, allora, che da un tal paese dei balocchi si ricevano in dono opere di genio alternate a sconcezze e orrori. In questo panorama, il Tempio Delle Madri ecc. ecc. è consolidata istituzione underground capace di mettere d’accordo attempati passatisti ed esteti della ricerca, cultori del sommerso e specialisti del bizzarro, e negli anni ha visto crescere attorno a sé una solida cerchia di adepti pronti a seguire ogni mossa.

Questo nuovo disco va ad aggiungersi a una nutrita serie e – se già avete buttato l’occhio sui titoli e adocchiato la copertina “deadiana” – avrete inteso dove si va a parare: acid-rock trasbordante nel prog, visionario ma più spesso prolisso col resto mancia di variazioni cosmiche e hard (gli Hawkwind evocati in I Wanna Be Your Bycicle Saddle sono nondimeno l’episodio migliore); oppure bucoliche oasi etniche, orgasmi vocali alla Gong e bric-à-brac retrò di prammatica. L’attitudine, diversamente dai compatrioti Ghost, è più enciclopedica e imitativa, così che nonostante lo sforzo apprezzabile di fondere i rimandi storici, le pur discrete intuizioni finiscono per disperdersi in confuse e nostalgiche cartoline. Alla fine, sempre più perplessi sulle fondamenta del culto, si fa strada la convinzione che Kawabata e compagnia siano una folkloristica curiosità ben lontana dal lasciare il segno. E se fosse tutta una burla ?

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