Recensioni

Comuni Mortali, perché in fondo «siamo tutti uguali, fragili, umani». Questo è il concetto usato da Achille Lauro per presentare il suo settimo lavoro in studio (se non si contano 1990 e 1920, che erano album di cover). Ai tempi dell’uscita di LAURO, il precedente disco di inediti, risalente al 2021, ci chiedevamo se nel giro di quattro o cinque anni ci sarebbe stato ancora qualcuno interessato ad approfondirlo, il fenomeno di questo cantastorie sdrucito e apparentemente tormentato proveniente dal mondo della trap. La risposta l’hanno data i 2mila fan, in larga parte giovanissimi, e in larga parte ragazze, radunatisi qualche giorno fa in piazza di Spagna, a Roma, per assistere al secret show che il Nostro ha tenuto sulla scalinata di Trinità dei Monti. Loro l’hanno capito, sì, e pur essendo consapevoli del puzzo di marketing catodico/modaiolo emanato non solo dell’esibizione canora con tanto di mega cartellone pubblicitario di Gucci (è nota la liaison dell’artista con l’azienda del lusso italiana, ma anche quella più recente con Dolce&Gabbana che l’ha vestito all’ultimo Sanremo) piazzato sul muro del palazzo di fronte, ma proprio di tutta quell’operazione Lauro che da anni fa discutere (a dire il vero più in passato che adesso), hanno risposto con un Me Ne Frego. Perché a loro interessa la musica.
La musica, allora. Comuni Mortali è «un disco che parla di come sono adesso e pieno di dediche: a mia madre, ai miei amici, alle persone che sono state importanti nel mio percorso». Adesso, Lauro è un trentacinquenne che inizia a fare bilanci. Per usare un parallelo cinematografico, l’età e la vena rendicontatrice sono le stesse di Carlo Verdone al tempo di Compagni di scuola, il noto film del regista e attore romano sulla rimpatriata tra ex alunni delle superiori quindici anni dopo la maturità, e infatti anche il mood del romano (d’adozione) De Marinis inizia a declinare verso il depresso, con l’aggravante però che di autoironico, e ancor meno di comico, l’enternainer di Rolls Royce non ha nulla.
Eccoli quindi i suoi omaggi, alla madre innanzitutto. Cristina, a lei dedicata, è uno dei passaggi più delicati del lotto. «Mia madre c’era sempre, è sempre stata vicina», recita il testo. Un passato difficile rievocato in quattro minuti abbondanti di elegia che a qualcuno, musicalmente, potrebbero ricordare il Tommaso Paradiso di Non Avere Paura. In tema di malinconia, ovviamente non è da meno Incoscienti Giovani, già nota al pubblico per essere stata la canzone con cui Achille Lauro ha gareggiato all’ultimo festival di Sanremo. Per non parlare di Amore Disperato, il singolo di lancio dell’album pubblicato addirittura a settembre dell’anno scorso, a cui ha fatto seguito un altro estratto, rilasciato in contemporanea all’uscita dell’album, AMOR, ennesimo ballatone (si vedano alla stessa voce anche Walk Of Fame, Nati Da Una Costola e Happy Birthday Mr. Kennedy) ma dai toni meno dimessi, anzi «una canzone di speranza, adatta a un amore che sta iniziando più che a uno finito», come ha spiegato l’autore a proposito del brano, dedicato alla città di Roma e contenente anche un Easter egg dal sapore Bohemian Rhapsody nella parte di piano.
È proprio quest’ultimo strumento a dominare la scena in quasi tutti i dodici pezzi del lotto. Non a caso la summenzionata performance promozionale capitolina sarà ricordata soprattutto per la cover della vendittiana Notte Prima degli Esami (a proposito della prova di maturità di cui si diceva sopra). Non che non sia riccamente arrangiato, Comuni Mortali, classicheggiante quanto si vuole ma in fondo essenziale, dove si trovano giusto un paio di passaggi più sostenuti, la dancefloor-istica Fogli di Papavero e la chiamata a un’altra città, la Dannata San Francisco che se vogliamo può essere interpretata come un riferimento al fatto che il disco oggetto di queste righe è stato registrato a Los Angeles e New York. Questo è il Lauro di oggi, un Lauro crepuscolare, intimista, che guarda indietro, che torna alla borgata (Barabba III) in modalità non dimentico tutti gli amici miei che sono ancora là. Non che lui sia mai stato il ritratto dell’allegria, intendiamoci. Però c’è qualcosa di diverso a questo giro, come la presa d’atto della propria fragilità, a spiegarla con filosofia spicciola. Quali scenari lasci presagire ciò in riferimento alla futura produzione dell’artista, si può solo immaginare.
Eppure, anche questa volta, il discorso sulla musica torna inevitabilmente al contesto. Achille Lauro è un fenomeno ormai in calo, tenuto in vita da quel circuito televisivo che l’ha consacrato, e da un’immagine curata nei minimi dettagli. Sanremo resta la sua piattaforma di rilancio per eccellenza, e senza quella vetrina il nome, probabilmente, circolerebbe meno. Il tour a supporto del disco è esiguo: poche date, segno che lo slancio promozionale non basta più a sostenere un lungo calendario.
La contiguità con il mondo della moda contribuisce a mantenerne alta l’esposizione, ma si sa: certi legami sono fragili, e basta un passo falso – come ha insegnato il caso Ferragni – perché vengano recisi con la stessa rapidità con cui si erano stretti. Che Comuni Mortali sia un modo per lui di iniziare ad abituarsi all’idea?
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