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7.4

Abstract Concrete è la nuova creatura del mai domo Charles Hayward, storico batterista inglese co-fondatore dei This Heat e dei Camberwell Now e componente, seppur saltuario, di progetti quali Quiet Sun, Gong e The Raincoats. Musicista e sperimentatore, in più di quarant’anni di carriera, ha polverizzato ogni confine ed etichetta di “genere” sporcandosi le mani con art-rock, post-punk, avant-prog, classica, psych, elettronica. Uno di quelli, insomme, che se ne frega di cosa dice la carta d’identità e continua a lanciarsi in nuove sfide con spirito da guascone. Così succede che, con un piede appena oltre i settantadue, il Nostro riparta con una nuova band assoldata tra le fila della nuova scena londinese, quali Agathe Max (Mésange, UKAEA) alla viola, Otto Willberg (Yes Indeed, Historically Fucked) al basso, Roberto Sassi (Snorkel, Cardosanto) alla chitarra, ognuno dei quali pronto a mettersi in gioco (non è forse questo il fuoco della sperimentazione?), imbracciando (anche) nuovi strumenti e lasciandosi trasportare dalla corrente elettrica dell’omonima prima prova.

In appena sei movimenti, Abstract Concrete suggella quel desiderio furioso di essere belva inafferrabile e profondamente libera: la Kingcrimsoniana Almost Touch, con i suoi slalom tra prog e avant-jazz e la viola a segnarne il profilo ieratico e drammatico; il basso reggae di This Echo – brano nato dall’idea di due sistemi nervosi umani a cui viene rimosso lo strato superiore di pelle e che vengono sbattuti l’uno contro l’altro – con la voce limpida di Hayward che ricorda il miglior Stipe; le atmosfere lounge di San Bogbrush che si sgretolano su un muro noise-punk inatteso, passando per le tastiere Vandergraffiane di Ventriloquist/Dummy dove l’inatteso è il lungo intermezzo di viola della Max su cui la voce del Nostro si adagia con estrema naturalezza, sono sintomi di un’equazione precisa e inafferrabile. Potrebbero chiuderla qui e portare a casa l’ottimo risultato di questa prima prova e invece c’è ancora tempo per la lunga suite di The Day the Earth Stood Still – una lunga riflessione sulla folle contemporaneità (da qualcuno affrescata in This Stupid World) – in cui il Nostro alterna, nella prima parte, un crooning in quota Tom Waits su una pastella post-rock che, pian piano, cresce, s’invigorisce, esplode in un cocktail acido a metà strada tra un allucinato Ty Segall e un fotonico Dan Stuart. I minuti conclusivi di Tomorrow’s World mostrano un volto meno claustrofobico, con atmosfere di frontiera e un piglio Tex-Mex scottato su fiamma progressive che si dilata fino a lasciare un sottilissimo bagliore che ci auguriamo possa essere segno inconfutabile di un’avventura (l’ennesima) lunga e altrettanto folle.

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