Recensioni

Non bazzicando mai i vicoli di Urbino, ho di colpo qualche dubbio che non tutto sia al suo posto: via Puccinotti col Palazzo Ducale è buia, qualche coppia scampata all’esodo delle Palme incrocia i miei passi, pronunciando l’andatura verso piazza della Repubblica, quella sì opportunamente illuminata. Imbocco via Veterani con cautela per raggiungere l’Ubik. Immerso nell’odore di pietra e legno umido dei caruggi, la sensazione è quella di rinsavire e sparire insieme. Varco la soglia del locale ed eccolo subito al sound check il nostro uomo mascherato, Marco Bernacchia alias Above The Tree, Gallina, M.A.Z.C.A. e tanto altro in questi anni spesi in giro per l’Europa. Di lato, Michele Grossi dei Dadamatto, che sostituisce Enrico Bocchini, immerso su un set frugale di batteria, ed Edoardo Grisogani ai pads; per inciso, metà Drum Ensemble Du Beat.

above the tree

Per Marco questo salto tra le mura raffaellite è quasi come un giocare in casa; una città che sa di conoscere, avendoci studiato da universitario fuori sede. Above The Tree è il nome del suo ultimo progetto, ormai attivo dal 2002, che porta in dote, giova ricordarlo, le ragioni sociali precedenti con una pronuncia scultorea del suono. I suoi dischi giocano di continuo fra recupero identitario, doppi tempi e massimi/minimi mai esasperati. Il live di questa sera ne è una prova. Dopo il travestimento gallesco (vedi riferimento al dio anguipede?) del combo, mimica e fisionomia di tre ragazzi che fuori dal palco dispensano vera cortesia, si convertono in puro sentire rave tribale. Il locale è accogliente, ma molto piccolo e il suono, per me che mi ritrovo schiacciato sotto un architrave/anticamera bagno, rimbomba. È tutto Cave_man, ultimo lavoro di Bernacchia e Drum Ensemble, la cena che ci apprestiamo ad assaggiare questa sera, silurato e liberato nelle orecchie di trenta spettatori anche per ovviare a un tremendo squilibrio di fader nel mixer che non vuole darsi pace, soprattutto da quando l’omino dietro la consolle ha preferito darsi a gambe levate in quel buio inospitale che regna fuori.

Il free “forzato” della chitarra distorta di Marco non assomiglia per nulla alle ondulazioni quartomondiste e psichedeliche del disco, semmai sversa con bruitismo à la Merzbow, con tagli del suono à la Branca, sempre alla ricerca di sottotracce nascoste. Chiamiamolo massimalismo primitivo o giù di lì. La mimica è da Little Bighorn subito dopo la vittoria, con vero transfert che si impossessa di tutti quanti, fuori e dentro al palco, cagionato da chissà quale sciamanico uptempo. Non parlo solo di Black Spirits, brano le cui ricerche girano attorno a rituali indiani messi su nastro in una mc del ’72; è tutto un complesso di scene che mi porta a parlare di un salto da gambero, così a cuor leggero, come se tutta una fetta di Storia si fosse dimenticata delle reali radici: “credo che la musica, più di ogni altra cosa, abbia il compito di registrare almeno un’identità territoriale oltre che spirituale, o far da leva per riappropriarsene dove tutto questo ci viene negato”.

Questo forse il senso più intimo di Above The Tree e di questa bella serata che volge al termine fra rumorismi e penombra cittadina. 

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