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Operazione nostalgia, ma non canaglia: tutto sommato onesta. Martin Fry, classe 1958, dal 1992 tenutario in solitaria del brand ABC, scopre subito le carte, senza girarci intorno: titolo, grafica, video, arrangiamenti. Un sequel trentaquattro anni dopo il miracolo sophisti-pop di The Lexicon of Love, debutto ineguagliato e inscalfito dai sette album successivi, non solo libretto rosso della look generation (ah, il ciuffo, il completo di lamè dorato…), non solo materiale obbligatorio da studiare in ogni corso di music production (tra i primi sontuosi lavori di un certo Trevor Horn, con il sound engineering di Gary Langan, il Fairlight programmato da JJ Jeczalik, le orchestrazioni di Anne Dudley: tutti nomi che andranno di lì a poco a comporre gli Art Of Noise), ma anche e soprattutto una raccolta invidiabile di love songs synthfunkandroll, solide e sempreverdi. Rievocare ora così direttamente il passato è evidente operazione di marketing, certo, ma anche di serena accettazione del proprio ruolo di Sacerdote dei Ricordi.
L’avventura ABC, cominciata nel 1981 col botto del singolo Tears Are Not Enough, era arrivata a scavallare il decennio ma a gran fatica. Dopo l’uscita dall’azienda di Mark White (l’Abracadabra del 1991 non aveva sortito alcun magico effetto resuscitante) c’erano stati da parte di Martin Fry altri due tentativi (ormai lontani e assolutamente passati sotto il livello di guardia mediatica: Skyscraping nel 1997 e Traffic nel 2008) di risollevare le sorti discografiche della (one-man) band, prima del punto di svolta: il concerto del 2009 alla Royal Albert Hall, dove l’irreprensibilmente elegante Fry ripropone tutto il Lexicon con la BBC Concert Orchestra diretta dalla Dudley. Il successo della formula crooner + orchestra, maneggiando materiale di così alto livello qualitativo da nobilitare pure il concetto di revival, si ripete anche negli anni successivi: la strada è segnata. Ecco quindi il secondo libro del Lessico Amoroso: una manciata di canzoni di caro vecchio artigianalato pop scritte e confezionate insieme ad un manipolo di esperti in hit factory (quattro + reprise scritte con Charlie Mole – Chaka Khan, Kylie Minogue, Angie Stone – e Marcus Vere dei Living In A Box; tre con il producer americano Rob Fusari – Destiny’s Child, Lady Gaga, Whitney Houston, Jessica Simpson, Will Smith; una con Matt Rowe – per dire: Wannabe delle Spice! Bad Ass Strippa di Jentina! ma anche Blame, inedito inserito nel 2001 in una delle migliaia di raccolte ABC; due con l’amica Anne Dudley, dea ex machina degli arrangiamenti e della direzione orchestrale, tra Philly sound e Nelson Riddle) tra le quali finalmente attingere per rinnovare lo show, senza timore di affievolire troppo l’entusiasmo del pubblico di genitori Gen X.
Voce assolutamente in forma, temi da old romantic, nei suoi testi Fry utilizza frequenti riferimenti a metafore belligeranti per parlare d’amore (il cesariano veni, vidi, vici di The Flames Of Desire; «In the battle of the sexes / Victory’s denied / In the battle of the sexes / I’m charging your tanks / With slingshots and knives» di Viva Love – ruffiano singolo anticipatorio, con annesso ricorsivo video di Julien Temple che cita direttamente quello di Poison Arrow; «The battle’s over / The war is won / Screen fades to black / In a setting sun» in The Ship Of The Seasick Sailor), giustificando il suo ruolo di “heartfelt entertainer” con un approccio maturo, disincantato e convincente. Tra nuovi classici (Confessions Of A Fool, Kiss Me Goodbye) e cadute nel trito (Ten Below Zero, Singer Not The Song) l’album è solo una lontana memoria del disco direttamente rievocato (che merita di essere ri-ascoltato ancora una volta, cogliendo l’occasione), ma consente al brand ABC di tornare nella Top Five della UK Albums Chart, trentaquattro anni dopo il predecessore: operazione nostalgia completata.
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