Recensioni

Diciotto canzoni per diciotto band. Giovani. Carne fresca, appunto. Abbattuta o meno, non saprei. In ogni caso, sul punto di diventare qualcos’altro: un pasto succoso, magari un po’ esotico o selvatico; oppure un cibo industriale, formattato, utile; o ancora una roba avariata, avanzata, un rifiuto (metteteci ovviamente tutte le vie di mezzo che volete). Comunque, una compilation così non può che apparire presuntuosa. Pretende – cioè, e giustamente – di rappresentare qualcosa, un movimento che da sotterraneo potrebbe, chissà, emergere, farsi fenomeno e persino – perché no? – sistema. Magari disunito, un’accozzaglia di stili, obiettivi, mentalità. Però, ecco, raccolti qui bene o male questi nomi sono chiamati a fare fronte, a farsi carico. Di cosa? Di un rock che non demorde, che dimostra di poter essere un linguaggio possibile per esprimere il disagio (il fastidio, lo sconcerto, la rabbia) di chi non riesce a incastrarsi nelle forme messe a disposizione dal famigerato sistema.
E quindi?
Scriverne da qui non è facile. Intendo: da questo luogo comodo e deliziosamente rassegnato che si chiama mezza età. Dopo averne attraversate un bel po’ di stagioni a suon di rock e dintorni, senza contare quelle vissute in differita a furia di ascolti, letture e visioni. Da qui, insomma, in questo buen retiro dove non ci si aspetta più nulla che possa turbare il consolidato (e forse ci si augura che mai più accada, per non doversi trovare ancora in acque incognite), scrivere di cose nuove in ambito rock dovrebbe essere vietato, o almeno deprecato. Anche perché è assai probabile passare per uno di quelli che scuotono la testa, alzano il dito, sorridono benevoli e pontificano con aria di sufficienza (e intanto non si accorgono della macchia umidiccia sulla patta del pantalone beige).
Detto questo, e accettate tutte le conseguenze del mio scriverne, cosa pensare di ‘sto Carne fresca? Introdurrei una biforcazione argomentativa: c’è l’operazione e ci sono le canzoni. L’operazione, per farla breve, mi sembra meritevole di plauso. Perché punta l’obiettivo su una proposta che i media coprono a stento, non tanto per carenza di potenziale quanto per la difformità rispetto a quei modelli che garantiscono ritorni ben più facili e sostanziosi. Questo mi pare un punto da sottolineare: parliamo di musicisti e band che non appaiono – e neanche sembrano interessati ad apparire – rivoluzionari, il cui linguaggio non produce shock, non suonano insomma come possibili fratture nel continuum pop dell’ecosistema streaming e radiofonico. Forse perché, sintetizzando all’estremo, sanno bene che le playlist possono contenere (di) tutto, e che quanto non possono contenere lo escludono dissolvendolo a priori.
Sembra quindi che le band selezionate dal Germi LdC (su iniziativa di Giovanni Succi, Gianluca Segale, Francesca Risi e Manuel Agnelli) abbiano mangiato la foglia e compreso come strategicamente si possa svariare attorno a diverse gradazioni del rock (dal post-punk al kraut-wave passando dal post-grunge e dal rock cantautorale con escursioni in ambiti pop-rock) a condizione che si mantenga una rotta di confluenza coi parametri di streaming e radiofonia. Quasi volessero proporsi come le possibili “next big thing” in un Paese irreale, disposto cioè a concedere credito a quel po’ di strana irruenza, di raffinatezza anomala, di malanimo acerbo, quel tanto che basta a renderli altro rispetto ai prodotti sonori “by design”.
L’obiettivo viene puntato su questa linea d’ombra – con tutte le difficoltà che comporta catturare immagini in condizioni di esposizione non ottimali – e ne escono scatti fragranti “di giovani che in quel momento erano lì – senza preavviso, senza mettersi in posa – in quell’istante preciso”, come opportunamente recita la nota introduttiva alla compilation. La sensazione è questa: una sequenza eterogenea di fotogrammi unificati da un voler esserci febbrile, certo, ma tutto sommato ben consapevole di mezzi, prospettive, strategie. Un “elogio della musica viva” – cito sempre dalla suddetta introduzione – che non sembra avere alcuna intenzione di boicottare il sistema (o anche solo di costituirne un possibile inceppo), ma di tuffarsi nel flusso, di introdursi nel codice. Trovo tutto questo assai significativo e legittimo. Forse fin troppo consapevole e maturo. A pensarci bene, è uno dei problemi dei nostri giorni: non resta molto margine alla mancanza di consapevolezza. Si è scafati ben più e prima del necessario. Dov’è finita la sacrosanta mancanza di calcolo?
Comunque.
Questa compilation probabilmente non servirà a molto, lascerà il tempo che trova come un sasso ingoiato da uno stagno di piombo (cosa che del resto accade sempre più anche a dischi giudicati importanti dal consenso mediatico). Tuttavia ha il merito di mostrarci un significativo spaccato di rock giovane, sul punto di approdare a una forma spendibile – radiofonica, streammabile – di sé. Ed è, in questo senso, preziosa, perché stabilisce un ordine di possibilità, coglie un momento. Ribadisce ciò che dovrebbe essere chiaro da sempre: esiste un modo dell’espressione (rock) che si perde nel suo farsi prodotto, soprattutto se si pensa già in nuce come prodotto. Si dirà non senza ragione che è sempre stato così, ma è appunto il gap tra come ciò accadesse un tempo e come invece accade oggi a dirci molto su ciò che può ancora significare il rock. Quella definita da queste diciotto canzoni è “musica viva” perché colta nell’attimo di esitazione tra forma e sostanza, tra emergenza e progettualità. Ascoltarle fa bene – o almeno: mi ha fatto bene ascoltarle, qui nel mio fortino di certezze rock ben sedimentate – perché portano allo scoperto il nervo del meccanismo, lo stanano dalla sua opacità algoritmica.
A questo punto, si sarà capito, stiamo parlando delle canzoni. Chiedo perdono in anticipo, ma non farò nomi né titoli: stabilito che non è proprio il caso di citare tutti i protagonisti (sono troppi), non credo che sarebbe giusto né avrebbe senso dare risalto a qualcuno, anche perché finirebbe per apparire come un implicito giudizio negativo verso gli esclusi. Mi limito a dire che nel complesso ne esce un’idea piuttosto frastagliata di rock, ma questa è appunto l’immagine complessiva, mentre al contrario ogni pezzo tende a focalizzarsi su uno stile specifico, e pure con una certa padronanza. Il che naturalmente non è un male, ma neppure un bene.
Nel senso che: è ok proporre una credibile rivisitazione del post-punk in modalità anni Zero, oppure spingersi con baldanza in territori alternativi contemporanei (tra Idles e Fontaines DC, diciamo), o ancora galleggiare in un magma radente Verdena, così come è ottimo cavalcare schemi motorik, scivolare su fluidi dreamy o funky-pop, impennare brit o accartocciare ugge cantautorali, ma fatta salva la suddetta padronanza – che in una band giovane o giovanissima produce sempre e ovviamente quel po’ di stupore – mi chiedo in che modo canzoni così concepite intendano significare qualcosa per l’ascoltatore. Mi domando cioè se non si concepisca troppo la canzone come un test identitario: questa è la musica che faccio, che so fare, appartengo a questo. Perfetto, ma con questa canzone, che dovrei farne? Cosa vorrebbe farmi, a parte mostrare la tessera di appartenenza al club di turno?
Tranne un paio di casi insomma, non mi è capitato di sorprendermi, di rimanere davvero colpito per una soluzione sonora, un verso, una voce, un impasto stilistico o strutturale davvero avventuroso. Le voci, soprattutto, pagano pegno all’impostazione da vocalist della porta accanto che ahinoi prima l’itpop e poi il post-itpop hanno sdoganato e imposto come standard radiofonico. Intendiamoci: non mi sto rammaricando perché non ravviso i mezzi canori di una Donà, di un Benvegnù, di un Godano o di un Agnelli (ah, signora mia, i bei tempi andati, quelle potenti ugole di una volta…), ma di come genericamente non si prenda più in considerazione la voce come elemento caratterizzante, come taglio espressivo capace di conferire un’angolazione forte e peculiare alla calligrafia. Anche per quanto riguarda i testi, al netto delle solite (poche) eccezioni, siamo dalle parti della formula che solletica, dell’effervescenza sloganistica che svanisce prima che arrivi a increspare la pelle del senso comune. Intendiamoci, non mi sto rammaricando perché non scorgo penne anche solo lontanamente paragonabili a quelle di una Donà, di un Benvegnù, di un Godano o di un Agnelli, ma ecco, forse un po’ è il caso di rammaricarsi. Detto che la giovane età può costituire una scusante di rilievo, non c’è traccia comunque dell’attitudine a rovistare nello stomaco dell’ascoltatore, in cerca di quell’inganno altrimenti noto come anima. Un consiglio da vecchio zio quasi anziano: un po’ di coraggio, ragazzi, non basta comunicare la vostra incazzatura, dovete farla diventare un mostro.
Detto questo, so bene che a un disco in fondo si può anche chiedere di essere soltanto un disco. Infatti lo sto ascoltando ripetutamente e con piacere: la maggioranza dei pezzi funziona, quasi in tutti c’è energia, sfrontatezza, buone intuizioni melodiche. Ma c’è soprattutto quel certo stare in equilibrio tra abilità e vulnerabilità, tra inconsistenza e determinazione, quel protendersi verso un futuro ahiloro e ahinoi fragile. Insomma, si avverte una quadratura vitalistica e al tempo stesso interstiziale che in qualche modo rende l’ascolto – preso nel suo insieme, diciotto tracce messe in sequenza – qualcosa di simile a una scossa struggente, che dalla pelle sprofonda verso il cuore.
Viene voglia di tifare per tutte queste ragazze e ragazzi, senza eccezioni, lasciando perdere le suddette critiche da vecchio rockofilo con idee stanziali e non (più) permutabili. E, consentitemi, di mettere a tacere eventuali retropensieri correlati ai trascorsi di Agnelli, non sempre esattamente congrui – almeno così mi pare – allo spirito di questa operazione. Perché infine conta ciò che viene fatto, e ad Agnelli va dato il merito di essere uno che, bene o male, agisce. Meglio poi se una volta tirate le somme il bilancio è positivo. Come in questo caso.
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