Recensioni

Uno dei miei live preferiti – disponibile su YouTube – vede Durand Jones & The Indications suonare, senza amplificazione, nel cortile interno dell’Art Institute di Chicago. Il pubblico se ne sta appollaiato sui balconi, osservando una scena non così insolita per gli avventori di un museo che cercano arte e trovano arte. Undici minuti scanditi dal soul dolcissimo di casa Colemine, in mezzo a i tipi umani, suoni d’altri tempi e marmi candidi
«I’m not the only singer in this band», confessa poi Jones introducendo così l’esibizione canora del suo batterista, Aaron Frazer che, armato di occhiali scuri ed egg shaker come unica percussione, incanta il pubblico presente intonando Is it any wonder?, uno dei pezzi più struggenti della loro produzione.
Oggi Frazer pubblica un disco solista, prodotto da Dan Auerbarch dei Black Keys, rimasto impressionato dal talento di quel giovane batterista dalla voce d’oro, il perfetto compromesso fra i fratelli Gibb e Smokey Robinson: Introducing… è così il primo passo senza la famiglia d’appartenenza ma anche un modo per riscrivere un suono proprio, lontano da quello già perfettamente strutturato da Durand Jones e soci.
Il disco, che è una co-produzione targata Dead Oceans e Easy Eye Sound, label fondata dallo stesso Auerbach, non è soltanto un dolcissimo testamento di gratitudine verso i grandi nomi del soul che possono aver forgiato il gusto di Frazer ma si trasforma nell’esordio appassionato e per niente rischioso (e qui potremo a lungo dibattere se sia elemento di forza o di debolezza) di un artista che già mostra una sensibilità precisa, strutturata, solidissima. Scritto a quattro mani da Frazer e Auerbach in soli quattro giorni, sviluppa un tema vintage, quello degli studi analogici, delle registrazioni artigianali, con fare leggero, che non è superficiale, diceva qualcuno. Frazer qui appare un signorino del Philly sound capace di fondere il soul della metà degli anni ’60 con il doo-wop, la disco e il gospel per creare un album che ricorda il passato ma sfrutta decisamente al meglio uno sfondo pieno di sentimento e una buonissima capacità da crooner navigato.
Un ascolto avvincente che riesce a preservare la sacralità di un mondo, il vecchio soul di casa Motown e Stax, non idealizzandolo a unico faro: la freschezza di Frazer, e della produzione di Auerbach, risiede proprio nell’attraversare selvaggiamente più paesaggi sonori restituendo un’estetica comunque credibile e vibrante. Che poi è ciò che più dovremmo richiedere a chi mette in scena opere di revivalismo che vogliono parlare al presente. E quanto presente c’è davvero in Introducing…? Forse è questa la vera domanda che dovremmo porci, dopo aver apprezzato, ballato, cantato le canzoni del disco. Il vecchio soul, dopo aver cantato per decenni principalmente d’amore, apre a un’onda tumultuosa che inizia con What’s Going On? di Gaye e continua con Keep On Pushin e If There’s A Hell Below di Curtis Mayfield, scrivendo una nuova rivoluzione musicale che analizzando la società, le sue mancanze, le sue zone d’ombra. Una scelta ben precisa che spesso le case discografiche avevano imposto agli artisti, chiamati alle armi per far divertire una generazione, per farla ballare.
Introducing… è sì una produzione retrò, nella sostanza quanto nella forma, ma fortunatamente riesce a oltrepassare il recinto nel quale nasce e volutamente si colloca. Non ravvisiamo l’oggi solo perché Frazer decide di cantare di cambiamento climatico (Bad News scritta dalla prospettiva della Terra), tossicodipendenza (Done Lyin’) povertà diffusa (Ride with me) ma perché è la stessa produzione a essere contemporanea, per quanto la sporcizia (profumatissima) di una produzione come quella di Auerbach possa far pensare al passato. Non è una colpa, è lo stato delle cose. Frazer sceglie soprattutto di cantare e scrivere d’amore, e lo fa con un pathos 2.0 su basi che arrivano dal jukebox degli anni sessanta.
Frazer compie legittimamente oggi quello che Durand Jones ha legittimamente evitato: un’operazione a tavolino piena di crossover in termini di revisionismo; riesce, brilla in questo, grazie alla comunque genuina passione che nutre nei confronti di una storia più grande di tutti. Quel falsetto così naturale, liscio e freddo, si fa vibrazione lussuriosa, capace di unire Sam Cook e Ron Banks dei Dramatics, un’abilità vocale che può immergersi tra le epoche restando fuori dall’ombra dei giganti nel tentativo, mai pretenzioso, di stare al loro fianco, spalla a spalla.
Introducing… abbina la nicchia soul e r’n’b con la produzione rock and roll di Nashville portata da Auerbach, e si traduce in un lavoro molto fluido, coerente e concentrato, che poggia su una solida scrittura e su performance strumentalmente dettagliate. Siamo di fronte a un lavoro realizzato da persone che amano il potere misterioso esercitato dai vecchi 45 giri. Lo dimostra la traccia d’apertura: You Don’t Wanna Be My Baby, scritta con L. Russell Brown, cantautore che ha lavorato ai maggiori successi di Frankie Valli, stabilisce un’atmosfera ben precisa grazie a una linea di basso robusta e tastiere emotive. Una ballata mossa e lenta, accompagnata da alcuni classici overdrive chitarristici di Auerbach e da una moltitudine di archi, quasi un’orchestrazione à la Isaac Hayes. Dinamiche crescenti di grazia e piacere hard bop.
Frazer sa essere contagioso col suo groove disinvolto (If I Got It) e i cambi di ritmo in tonalità minore (Can’t Leave It Alone), continuando a muoversi in un passato mai così vibrante con fare da istrione tra doo-wop e gospel (Have Mercy). Non mancano certe le ritmiche più sostenute, con bassi e fiati ipnotici (Done Lyin’), oscillazioni vocali à la Temptations (Lover Girl) e momenti di puro wall of sound spectoriano (Girl on the Phone).
In un momento storico in cui l’amore sembra essere completamente scomparso dal discorso pubblico, almeno nel suo senso politico e radicale, Frazer sceglie di puntare proprio su quello, riaffermandone la centralità. Una forma di resistenza anche questa, un modo di scrivere del presente, anche questo.
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