Recensioni

Soglia. Non nel senso architettonico ma fenomenologico, ovvero lo spazio in cui due condizioni coesistono senza risolversi. The Black Hill, The Glass Sky, undici tracce su cassetta in edizione di 225 copie, pubblicata da Somewhere Press, è costruita interamente in questo spazio. Ispirato a un testo di Eloise Bennett – scritto in dialogo con il folklore scozzese e la durezza geologica delle Highlands – il disco non si preoccupa tanto di illustrare quel testo, quanto di mantenere con lui una distanza irriducibile, e quella distanza è la musica. La voce, di contro, attraversa il disco come filo conduttore impuro.
The Dengie Hundred con Gemma Blackshaw aprono con il loro passo ultraterreno tra paesaggi di concretismi folk. Alliyah Enyo porta sillabe che si disperdono prima che il significato possa formarsi. Doris Dana lavora per sottrazione, la melodia ridotta a gesto minimo, quasi un’impronta. Teresa Winter riduce la voce a pura risonanza, soglia in cui il timbro umano diventa indistinguibile dalla frequenza di un oggetto in vibrazione. Dania chiude su qualcosa di più antico, una modulazione che rimanda alle lamentazioni medievali. Dylan Kerr elabora The Cruel Mother – ballata tradizionale inglese – lasciandola fermentare nel presente senza museificarla, né modernizzarla. È lo scopo segreto del disco, materiale tradizionale non citato come repertorio ma esposto all’aria del 2026, dove produce qualcosa che né la tradizione né il contemporaneo avrebbero generato da soli.
Somewhere Press esiste dal 2022. Fondata a Glasgow da Lizzie Urquhart e Tim Dalzell dentro un ecosistema di micro-istituzioni radicali – rave illegali solidali, radio comunitarie, etichette DIY – la label ha costruito la sua piccola autorità sui propri termini, lontano dai centri del potere britannico. La cassetta serigrafica, ogni copia leggermente diversa, è un controprogramma rispetto all’abbondanza dello streaming, un oggetto che esige attenzione lenta, impossibile da ridurre allo skip algoritmico.
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