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A ragione definita come la Nuggets dell’indie-pop, Scared To Get Happy è una super-mega compilation maniacalmente curata da John Reed e che si ispira alla mitica fanzine di mr. Sarah Records Matt Haynes per indagare in maniera pressoché completa – scarse le eccezioni e spesso solo per questioni di diritti, vedi alla voce Smiths, My Bloody Valentine, Orange Juice e pochi altri – il fenomeno “indie-pop”.

Virgolettato d’obbligo quando si traffica con una materia così scivolosa, dato che nei cinque CD per 134 tracce e quasi sei ore di musica racchiusa nell’arco temporale del sottotitolo, ritroviamo nomi storici e illustri (semi)sconosciuti accomunati da un qualcosa che non è un suono, quanto più una suggestione. Anzi, ad esser precisi, una maniera di intendere la vita oltre che la musica. I tempi d’oro delle vacche grasse post-Nevermind con le major a buttare le reti e tirar su contratti praticamente per tutti – un esempio? i Melvins! – per prontamente liberarsene una volta capito il non-potenziale commerciale, erano ancora distanti e, sinceramente, inimmaginabili. Questa bibbietta però ci dice molto dell’underground che, volente o nolente, contribuì a creare quel mostro a metà tra mainstream e underground, il cui sperpero insensato di denaro fu al tempo stesso la dimostrazione vivente della miopia delle major e il primo grosso colpo all’industria discografica istituzionalizzata, molto prima dell’mp3.

Tornando su Scared To Get Happy, nomen omen si dirà, a scorrere la monumentale tracklist si noteranno un paio di cose: in primis come si alternino nomi conosciuti a emeriti sconosciuti, band dalla vita breve e dal successo wahroliano (siamo grossomodo in Inghilterra, dove un singolo di successo non si è mai negato a nessuno) e altre pronte a spiccare il volo verso lidi di notorietà indubitabile (Stone Roses, Inspiral Carpets, Prefab Sprout, Aztec Camera, Lloyd Cole, James, J&MC, Pop Will Eat Itself), in un frullatone generale dall’indubbio fascino per il neofita come per lo speleologo musicale. L’altra cosa che balza agli occhi è come il suono “indie” sia in realtà inesistente, per lo meno per come lo si è poi codificato – anche in termini se non dispregiativi, per lo meno non accondiscendenti – nei decenni successivi. Proto brit-pop, shoegaze, dream pop, post-punk, c-86, ethereal-wave, noise-pop, pre-grunge, twee-pop e non si sa quante altre sigle ancora potremmo tirar fuori per dar conto dei suoni che si snodano lungo i cinque dischi di questa collezione, obbligatoria per comprendere uno dei fenomeni più rilevanti dell’underground.

Con un booklet di 56 pagine pieno zeppo di foto, immagini, flyer e informazioni dettagliate per ogni singola traccia, Scared To Get Happy si candida a compilation dell’anno. Bisogna solo decidere quale anno.

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