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C’era un periodo, diciamo attorno al 2007-’08, in cui nei blog di musica (che esistevano, prosperavano e, diciamo, avevano ancora un certo peso sugli ascolti di tutti), quelli dei nerd incalliti, dei tape diggers, giravano voci e file zip in bassa qualità (almeno si credeva che lo fossero, salvo poi renderci conto che quella era la produzione effettiva) su una band definita come “la più rumorosa di New York”. Sembrava che il tempo si fosse fermato a quel periodo (nemmeno troppo remoto rispetto all’epoca, ma già nel passato) in cui il tape trading e il mouth-to-mouth erano la prassi costante per far girare materiale scottante, inedito, fresco, con quel pizzico di mistero e un animo DIY a conferire un ulteriore strato di fascino e di inedito, presso quella ristretta cerchia di privilegiati.

Poche notizie e/o informazioni a riguardo, giusto qualche nota biografica di chi era effettivamente alla guida del progetto – un topo da laboratorio laureato in arte contemporanea e con un master in elettronica, trasferitosi nella Grande Mela da un non meglio precisato paesello della Virginia – e poco altro. Solo un mare di feedback, un wall of sound potentissimo che richiamava, ancor prima che “tornasse di moda” (odio questo concetto, ma è quantomai veritiero) lo shoegaze più come stile chitarristico, che come posa e/o status quo all’interno delle gerarchie della musica indipendente globale. Foto allegate ancor più immerse in una coltre di fumo (letteralmente), sfocate e mosse, a sottolineare fino a strappare il foglio cosa significasse il concetto di caos, di rumore, di feedback: un suono talmente potente da spostare l’aria, da rendere le sagome indistinguibili. Tutti questi concetti primitivi e viscerali celati dietro ad un unico, minaccioso moniker: A Place to Bury Strangers.

Adesso, vi profilerete i tre soggetti come personaggi oscuri, schivi, refrattari alla condivisione di informazioni o anche solo di emotività; è invece il contrario, perché parlando con Oliver Ackermann e soci nei camerini (durante un’intervista che, forse, un giorno leggerete su queste pagine) risalta più di tutto uno spirito attivo, fortemente pro-positivo, quasi gioioso. Ackermann, nei suoi quaranta andanti, si cela dietro un sorriso sardonico da jolly che attraversa tutta la sua faccia spigolosa, il naso asburgico (concedetemi il calembeur), una miriade di capelli arruffati. È lui la mente, il braccio, dietro alla complessa bensì rudimentale verve ingegneristica che ha creato negli anni, più che un brand vero e proprio, un mito: Death by Audio. Ed è proprio il proscenio suggestivo del Locomotiv di Bologna a noi tanto caro che mette in atto il teatro delle crudeltà uditive degli APTBS, con la consueta, elaborata scenografia di diavolerie di casa, backlight e proiettori posizionati ad arte che mistificano le tre silouhettes sul palco, creando una sorta di display guasto tra loro e noi, pubblico annichilito.

Le danze si aprono con la violenta coltellata di We’ve come so Far, dall’ultimo Transfixiation del 2015 (al quale, dice Ackermann, seguirà a breve un degno erede, pieno di “suoni ambientali, suoni della strada, suoni rabbiosi”), e proseguono in un continuum ipnotico che, più che un inno alle infinite possibilità di una chitarra col corpo spezzato in due, sembra la coreografia di un film di Yip Man: oggetti, cose, suoni, ombre che volano e si schiantano sul consueto muro invisibile, ma perfettamente tangibile. Una gragnuola di schiaffi e urla che si placa, o così pare, solo quando la band decide come di consueto di farsi un giro per la vasta, a dir la verità nemmeno troppo gremita, sala del locale: i tre si posizionano tra il pubblico, con loop station, microfono portatile, drum machine, strumenti d’ordinanza e una lucina strobo di quelle che vendono gli ambulanti in piazza Duomo, né più né meno. Ne consegue uno dei momenti più genuinamente punk mai assistiti dal sottoscritto durante un concerto, con la gente accalcata attorno ai tre come bavosi scommettitori in un buio scantinato durante un combattimento tra galli in Messico.

Tutto questo è terribilmente favoloso: gli A Place to Bury Strangers non mollano di un passo, confermano anzi la loro attitudine anti-tutto e il loro status di band più rumorosa di Brooklyn, NY, o forse del globo. Quando gli APTBS lasciano il palco, il vuoto del Locomotiv viene colmato dagli spiriti del rumore e da spesse coltri di fumo che giungono fino al bancone del bar. L’atmosfera è ancora elettrica, è proprio il caso di dirlo: il live set degli A Place to Bury Strangers è un’imperdibile, imprescindibile ed unica iniezione di adrenalina.

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