Recensioni
Sono un estimatore degli A Place to Bury Strangers, un trio che mi ricorda l’indie rock che preferisco, rumoroso e senza compromessi nei timbri e nei volumi, con la giusta attitudine al rumore chitarristico e un occhio di riguardo alle canzoni anche – perché no – nei giusti agganci pop. Il gruppo di Olivier Ackerman porta avanti un sound d’estrazione metà anni ’80/inizio anni ’90 senza vergognarsene perché non è troppo hip (si suda, sul palco) e cercando di renderlo contemporaneo o perlomeno interpretandolo in maniera bruciante e viva. Encomiabili, fosse anche solo perché, pur essendo una band di chiara matrice post-shoegazing, i Nostri non si limitano a ripetere all’infinito l’attacco di Just Like Honey dei Jesus & Mary Chain (che poi era già quello di Be My Baby delle Ronettes aggiornato al dopo punk) come invece fanno altri epigoni.
I newyorchesi, che si guardano bene dall’inciampare negli stereotipi altrui, in compenso stanno scivolando gradualmente nel proprio, di cliché. Dopo averli visti dal vivo per la terza volta, sai benissimo che cosa aspettarti. Fumo, tanto fumo. Rumore, tantissimo rumore. Vibranti giochi di luce. Energia a profusione. Momenti psichedelici. Sono dei bei cliché, niente da dire. Ego Death e Dead Beat dal loro lavoro migliore, Exploding Head, sai che non possono mancare.
Le novità non sono molte, anche se la scaletta si aggiorna alle ultime evoluzioni con You Are the One, che si fa riconoscere e apprezzare per i cambi di dinamica, Fear e l’omaggio ai Dead Moon di Dead Moon Night. Man mano che si avvicina alla conclusione, il concerto assume un ritmo inarrestabile, scandito in modo forte, regolare, e scosso da continue ondate di feedback, uno schema che diventa un mantra. Il finale è sempre lei, la bellissima I Lived My Life To Stand in the Shadow of Your Heart, fiammante nelle sue accelerazioni pop e incendiaria (soprattutto per i timpani) nella jam session finale. A cui non segue bis, anche questo abbastanza una tradizione.
Gli APTBS non sorprendono più ma, diciamolo, nemmeno deludono. Unica pecca, la durata dell’esibizione, che qualche pezzo in più lo poteva anche regalare (poco da dire sul gruppo di supporto, i Bambara, penalizzati da un settaggio di suoni non adatto a loro).
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