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Jeremy Barnes e la compagna/violinista Heather Trost tornano dopo ben un lustro dall’ultima prova sulla lunga distanza, un tempo che sembra un’eternità, proprio come una vera e propria era geologica sembrava separare la pellicola di Sergej Paradžanov dalle musiche rumene, ungheresi e ucraine che la coppia aveva riesumato per You Have Already Gone To The Other World, opera che prendeva ispirazione da Le ombre degli avi dimenticati dell’immortale regista russo. Proprio la pellicola di Paradžanov, psichedelica prima dell’età psichedelica, magica e fatalista, fondamentale e influentissima per le successive opere di colossi come Alejandro Jodorowsky, Carmelo Bene, Jean-Luc Godard e, non ultimo, Federico Fellini (noto fan del regista), sembra fare da prismatica pietra d’angolo per comprendere luci e intensità di una nuova collezione di tracce ispirate – in puro e fuorviante spirito new age – dal Forest Bathing, ovvero la pratica giapponese che consiste nell’immergersi nell’atmosfera di una foresta per sfruttare il potere terapeutico della natura e liberarsi da stress e tensioni.

Nel caso specifico, tra gli alberi del National Wildlife Refuge della Valle De Oro del New Mexico, è nata l’ispirazione per i tempi dispari e le tutt’altro che balsamiche composizioni di un disco che innanzitutto propone una miscela di tradizioni più mediterranee che zingare ed est-europee, aspetto che in un clima teso come quello attuale sia sul fronte siriano che su quello israeliano palestinese non può che conferire a queste tracce il surplus di significati del caso. Senza tirare in ballo il patetico adagio della musica che unisce i popoli, diremo di un disco/viaggio fortemente contaminato da tradizioni greche, serbe, turche, albanesi, dove la produzione (nel senso del lavoro in studio di registrazione che esalta timbriche e mette spazi tra le note e gli strumenti) e lo sporadico inserto elettronico (vedi il mellotron impiegato in A Broken Road lined with Poplar Trees, o ancor meglio in The Sky Is Blue, The Deset Is Yellow dove pare di sentire la versione A Hawk And A Hacksaw di Live At Pompeii dei Pink Floyd) conferiscono all’opera tutta un peso differente rispetto all’insistenza sul suonato che ci ricordavamo essere preponderante nella passata produzione. D’altro canto, emerge un lato intimamente cinematografico ottenuto con differenti ensemble ridotti all’osso, un suono pensato per timbriche, brevi scale cromatiche e immagini, più che per etnomusicologie, musica tirata a lustro che si spalanca davanti agli occhi come una teca magica, oppure osservabile dal vetro come il più classico galeone nella bottiglia. Parliamo di folk perso in un tempo e spazio che diventa folklore apolide, lontano cioè dalla terra e dalle terre dalle quali ha preso origine, eppure così tradizionale e antico per approccio e strumentazione (vedi il Santur persiano, un antico dulcimer percosso da un martelletto, suonato da Barnes in Alexandria).

Il segreto sta nella produzione e il risultato finale è ancora una volta intelligente, magnetico, divertente e a suo modo corale, anche grazie all’aiuto di ospiti esterni come il virtuoso del clarinetto turco Cüneyt Sepetçi (Bayati Maqam), il maestro ungherese di cimbalon Unger Balász (Night Sneaker), il trombettista chicagoano Sam Johnson, il sax tenore di Chris Ogden (The Shepherd Dogs Are Calling) con John Dieterich dei Deerhoof (che era produttore nella precedente prova) a curare le chitarre in The Magic Spring.

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