Recensioni

7.3

Jeremy Barnes e Heather Trost hanno perfettamente compreso – in una discografia parsimoniosa e scintillante e nel coraggio di cimentarsi con tradizioni sconosciute e lontane – che il segreto della musica migliore è nella contaminazione. Nelll’appropriarsi di qualcosa che non è tuo, che hai osservato dall’esterno e succesivamente conosciuto; nel quale hai infine infuso esperienza e retaggio fino a un risultato che va oltre la somma delle parti. Da bravi busker che il mondo lo girano e ti ci fanno girare, ora lanciano un personale marchio (scelta “pesante” oggi, nello specifico caricata da un ulteriore ed encomiabile scopo: collocare sotto i riflettori nomi rappresentativi di un’Europa orientale cui seguitano a ispirarsi) e per esso allestiscono un nuovo tassello della propria indagine.

Il quale si muove da dentro quel misto collaudato di malinconia e gioia, di fisarmoniche e sarabande fiatistiche ispessendo le trame (magistrale l’articolata No Rest For The Wicked), soprattutto riportando a casa loro l’est europeo e mescolando ulteriormente le carte, come accade nel Mediterraneo della mente di The Loser e in una Mana Thelo Enan Andra in gita sul Gange. Senza incappare in cali ispirativi e approcciando il cantato con atteggiamento ancor più disinvolto e accorato, addirittura indicando futuri sviluppi in una sensazionale title-track tra bolero e cieli di Messico e nell’impalpabile Lujtha Lassu. Bellezza che è stata incisa nel tepore  di Albuquerque avvalendosi dei fratelli Stephanie e Chris Hladowski a voce e bouzouki (polacchi d’Inghilterra, ovviamente…), come a voler porre un sigillo significativo su qualcosa di vibrante e romantico. Di vivo.

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