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A chi ha qualche primavera in più sulle spalle l’attacco di In Case We’ll Meet, esordio del duo A Finnish Contact – Luca Freddi e Fabio Valesini di Satan Is My Brother –, non potrà non ricordare i Mercury Rev che furono. Quelli all’altezza di Yerself Is Steam / Lego My Ego, con ancora il frontman David Baker in formazione e una idea di psichedelia insieme urbana ed agreste, cinematica e materica, sfatta e sognante. Caratteristiche e coordinate che si ritrovano tutte in questo dischetto notturno, immaginifico e visionario, ma che nell’opener Detachable Words/Tangled Numbers, in quelle melodie vocali sfilacciate, quasi a mo’ di cut-up, e in quell’alternanza tra rumori e suoni, diegetici ed extradiegetici, si fanno quasi evidenza, innalzando la traccia ai livelli di quell’album (seminascosto gioiello di psichedelia storta, per chi scrive).

I rimandi alla cinematografia di cui sopra non sono affatto casuali, visto che molto – se non tutto – nell’immaginario creato da A Finnish Contact rimanda alla dimensione filmica, onirica, visionaria. Che sia influenzato dal post rock più evocativo e sognante (Carraxo Fronte Da Neveira) o sporcato di glitcherie varie (Dance Like Picciotto), minimale nell’approccio o acceso da una specie di krauteria cosmica oscura come un buco nero (Clouds Eyes, Blue Days), poco conta. Il senso del tutto – una malinconia che sfiora l’ipnagogia, un senso cinematico molto Van Santiano, una modalità free d’approccio alla “imaginary soundtrack music” – è racchiuso nelle bellissime immagini di copertina: silenzio, poetica dell’assenza, caducità dell’esistenza.

Un disco (purtroppo) “minore”, di quelli che passeranno quasi inosservati e che invece appartengono di diritto alla poco frequentata categoria “dischi che chiedono poco e danno tantissimo”.

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