Recensioni

Ma chi c***o sono gli A Certain Ratio? Questa domanda potrebbe affliggere chi legge facendo passare l’ascolto di It All Comes Down To This direttamente dopo “dipingere un quadro impressionista” nella lista delle priorità di una giornata. Meglio un po’ di contesto, per parlare del disco.
In 24 Hour Party People, film sulla scena di Manchester negli anni 1976-1992, Tony Wilson, fondatore della leggendaria Factory Records, dopo aver portato sotto la sua ala i Joy Division al successo, si trova davanti alla morte prematura di Ian Curtis. Fa un’analisi fredda e ironica della situazione: parla di quanto quella tragica fine avrebbe potuto fruttare in termini di immaginario; la Factory avrebbe potuto camparci di rendita per un po’, eternando i Joy Division e l’antieroe oscuro che era Curtis. Così fanno gli americani, dice Wilson, creano un eroe e vivono del suo mito quando se ne va. “Ma qui non siamo in America. Siamo a Manchester. E a Manchester le cose si fanno diversamente”.
Con la sua irresistibile spocchia e facciatosta Wilson alludeva al nuovo corso musicale che avrebbe preso la Factory, senza guardarsi indietro. Il post-punk minimale e dark dei Joy Division avrebbe lasciato il posto ad altro. Sintomo della tempo, forse. Curtis moriva il 18 maggio del 1980. Dalla critica schietta e il pessimismo degli anni ’70, si aprivano le porte all’edonismo reaganiano. La cultura di massa era percorsa da un’urgenza: smettere di pensare, ed abbandonarsi ai piaceri dei sensi – che possono intorpidire, ma anche essere più rivoluzionari di un manifesto teorico. In parallelo, la musica rock, anche la più perversa e angosciata, cercava nuove contaminazioni che ne alleggerissero il peso. Era pronta ad ibridarsi con la dance.
Gli A Certain Ratio sono figli di questa miscela, su cui la Factory si reinventò seguendo una nuova ondata nella musica pop. Nasceva l’electro e la figura del dj, e i locali che li ospitano; emulando la Danceteria di New York, a Manchester apre l’Hacienda, dove esploderà Blue Monday dei New Order, reduci dei Joy Division. L’Hacienda sarà una delle case della E-generation – dove “E” sta per ecstasy, la caramella dei clubbers – e del Mad-chester con gli Happy Mondays. Anche gli ACR hanno costruito il loro percorso artistico su quel paradosso che è tenere insieme il post-punk, quello più scuro ed asfittico, con ritmi dance e funk. L’icona di questa intenzione è il titolo di una loro cassetta uscita nel 1980, The Graveyard And The Ballroom – per i Graveyard Studios di Prestwich e l’Electric Ballroom di Londra. Insieme, il cimitero e la sala da ballo.
Ancora un accenno di detour storico, per arrivare ad oggi: completamente dimenticati per anni, complici alcuni album piuttosto anonimi, gli ACR vengono riscoperti con l’impazzare del post-punk revival nei Duemila. Mentre la Factory viene celebrata da 24 Hour Party People (2004), il punk-funk resuscita con gruppi come !!!, The Rapture e LCD Soundsystem. Tra 2004 e 2005 tutti gli album della band vengono ristampati e nel 2008 esce il nuovo Mind Made Up. Il trio Moscrop–Kerr–Johnson è in buona salute ma non produrrà nuovo materiale per altri 12 anni, fino ad ACR Loco (2020). Lo slancio procede senza notare il tempo che passa con 1982 (2023). Con It All Comes Down To This, siamo al terzo album in questo decennio.
Con una storia così lunga alle spalle, l’ombra che potrebbe calare è la ripetizione. Gli ACR la scongiurano reclutando Dan Carey, il produttore dietro a nomi caldi della scena brit-irlandese attuale come Fontaines D.C., Wet Leg, Black Country, New Road, Squid e Black Midi. Non è un caso. Carey ha amplificato un nuovo ciclo di post-punk revival, tanto da far pensare a questo non-genere come un fosso inesauribile di creatività. Peraltro il “movimento” ha preso direzioni danzerecce e funk-punk simili a quelle degli ACR con l’ultimo degli Yard Act. Con Carey, gli ACR mettono in secondo piano il funk, lo slap-bass e in generale l’idea di musica nera rifatta da bianchi. I tre, già fan dei Parliament-Funkadelic, avevano assorbito anche il mix di punk, reggae e Northern soul da Robert Gretton, dj e manager dei Joy Division, nelle sue serate al Russell Club.
Ma la chiave rimane la sezione ritmica, robusta e groovy. Ovvio, se a dietro c’è uno come Johnson, batterista di scuola funky, identificato proprio da Wilson come perfetto per il gruppo. Di recente ha dichiarato di essere stato attratto dagli ACR perché le chitarre distorte erano usate in modo ritmico e non rock: “Il punto era che usavano gli strumenti sbagliati per produrre i ritmi giusti”. Sono le stesse chitarre che si sentono in buona parte del disco, accanto agli innumerevoli tintinnii di drum-fill, sulle tracce più energiche. Segnano il passo sincopato di Keep It Real; protagoniste con i synth sognanti in una traccia un po’ riempitiva come God Knows, ma anche nell’euforia à la New Order di Where You Coming From; cruciali anche nell’unica, gioiosa resa al funk, Out From Under, il cui ritornello suona come una dichiarazione d’intenti: “groove with the rythm, it’s always giving”.
Però It All Comes Down To This non è tutto euforia. Sul finale, in Dorothy Says il riff di chitarra da sereno e naïve diventa sinistro e minaccioso. In Estate Kings è Johnson a prendere in mano il microfono e, accompagnato dalla tromba jazz di Moscrop, ricorda con amarezza l’infanzia a Manchester, in un cantato-parlato secco e asciutto. È lo stesso Sprachgesang di We All Need, sospeso in un trip-hop allucinato: “Cocaine, cocaine, no brain […] colours flash behind your eyes […] we die a little everyday”. È qui, verso il centro dell’album, che c’è il cambio di tono più grosso. Il passo rallenta. I suoni si fanno rarefatti e le atmosfere cupe. Si arriva al dub ansiogeno di Bitten by a Lizard: “you escape, it’s not too late”. Poi ai synth meccanizzati di Surfer Ticket: “nice to see you die / to see you die, nice”.
Martin Moscrop ha commentato sul disco: “Abbiamo scritto l’album mentre il mondo era in subbuglio, e lo è ancora, se si pensa al cambiamento climatico, alla guerra aziendale, all’ambiente, a Trump al potere, a Johnson, alla guerra in Ucraina, a Israele e alla Palestina, tutto si riduce davvero a questo. È probabilmente l’album più politico che abbiamo realizzato”.
È nella title track che si sente la pressione asfissiante della nostra epoca. Il pezzo è psichedelico e invaso di suoni futuristici e robotici; l’andamento leggero e brioso guidato dal groove del basso fa da contrappunto alla desolazione del testo, un monito sull’annichilimento – ancora: il cimitero e la sala da ballo.
Destruction is right here / all the loss and all the fear
Awake to find that death exists […] and it all comes down to this
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