Recensioni

7.5

Non è esattamente quella che si suole definire una giornataccia quella in cui si ha la possibilità di ascoltare un disco come questo. Dietro la neonata sigla si celano due chitarre molto conosciute nell’underground italiano: A Bad Day è infatti la comunione artistica delle due attuali chitarre dei Massimo Volume, ovvero lo storico perno Egle Sommacal e l’ultima arrivata in ordine di tempo, ovvero Sara Ardizzoni.

Due chitarre, due modi di intenderle alla stessa maniera, probabilmente due modi di intendere il mondo, anche extra-musicale, allo stesso modo fanno sì che in questo piccolo gioiello fieramente autoprodotto si ritrovino un quantitativo di momenti – frasi, passaggi, atmosfere, arrangiamenti – di una bellezza cristallina e dal potere evocativo molto alto. Disegnano paesaggi le chitarre di Egle e Sara quando si intrecciano e lo fanno sì, alla maniera impressionista qual è quella dei MV (What They Sing o la struggente My World Is Disappearing, per fare un paio di esempi), ma anche con una tavolozza di colori piuttosto ampia e varia, che pesca da una dimensione che direi da classica contemporanea (il lirismo oscuro di Waves Become Clouds, la struggente emotività di Underminer Of Conventional Truth) così come, ovviamente verrebbe da aggiungere, da atmosfere filmiche e immaginifiche (disturbanti e insieme cullanti come in Non Sono Di Qui, minimali ed etere come in The Usual Dance), tratto sempre presente anche nei lavori in solo dei due precedenti a questa esperienza.

Il tutto è volutamente privo di ogni sovraincisione così come di ogni ammennicolo elettronico – loop, computer, sample – nel tentativo di creare una musica che fosse più “imperfetta”, come da titolo, possibile; non per sciatteria, superficialità o altro, quanto per la idea di una musica che fosse incompleta, incompiuta, perfettibile alla maniera del romanticismo e che spingesse a misurarsi coi limiti propri e degli strumenti. Ovvio ribadire che di incompiuto o incompleto vi sia gran poco: tutto è al posto giusto, ogni dettaglio concorre come una tessera a completare il mosaico, a rendere visibile una visione (non solo) musicale che ogni giorno di più, uno streaming dopo l’altro, rischia l’azzeramento nel pulviscolo di una musica liquida quanto impalpabile. Flawed è un disco minore, un disco imperfetto, un disco intimo e in quanto tale, anzi, proprio per questi motivi, è un disco necessario perché necessario è ciò che spinge i propri autori a fare ciò che fanno.

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