Recensioni

5.2

Non un passo indietro, ma nemmeno in avanti. L’ultimo capitolo della lucha continua dei 99 Posse è in realtà un regalo per gli affezionati, ma anche la ripetizione stantia e asettica della loro esperienza musicale. Il tempo. Le parole. Il Suono è il nuovo album dello storico gruppo napoletano, composto oggi da Luca Persico (O’Zulu), Marco Messina, Massimo Jovine e Sacha Ricci. Arrivato a cinque anni da Cattivi Guagliuni e a due da Curre Curre Guaglio’ 2.0, il lavoro si avvale delle collaborazioni con Valerio Jovine, Mama Marjas, Enzo Avitabile, Rocco Hunt, Andrea D’Alessio, Lo Stato Sociale e Speaker Cenzou. Featuring che non riescono ad alzare l’asticella di una produzione non particolarmente ispirata.

Quello che non si può negare alla storica Posse è una strenua continuità di pensiero, una coerenza incoercibile e spontaneamente autentica, ma i 56 minuti del disco non aggiungono complessivamente nulla alla carriera del gruppo. Il manifesto ideologico non è certo una novità, proprio come quello musicale, sentito già nei pezzi che mischiavano rap, reggae, raggamuffin, combat-folk e dub negli anni Novanta. Gli stessi che, dall’Officina 99 a Gianturco (Napoli), fecero la storia della musica indipendente e militante italiana. A cambiare (un pochino) sono i testi, ammorbiditi da una scrittura in alcuni tratti più intimistica, come nella dedica di un padre al figlio di Dentro ai tuoi occhi e in quella a Pino Daniele di Nun è overo. Per il resto è tutto un flow (senza spunti notevoli) sulla necessità di militanza e resistenza. E non si capisce dove i 99 Posse vogliano andare, perché nel raggamuffin di Ve lassamme cà, con Jovine, cantano di un dissenso che si conclude nell’evasione («nuje ve lassammo ca’ col vostro dubbio concetto di moralità/ca’ nun se po’ sta/nuje ce ne jammo e ve lassammo cca’»), mentre nell’elettro-pop di Tempi un poco strani, con Lo Stato Sociale, la disobbedienza diventa un muro incrollabile («tutto scorre e noi restiamo qua/non cerchiamo vie d’uscita/li affrontiamo i cambiamenti da una vita»). Messo da parte il dubbio amletico (Should I stay or should I go, verrebbe da dire), la traccia di protesta più riuscita è 87 ore, già nell’omonimo film diretto da Costanza Quatriglio (uscito nel 2015, quindi il brano non è un inedito) sulla tragica vicenda del maestro anarchico Franco Mastrogiovanni, scomparso nel 2009 in un ospedale psichiatrico a Vallo della Lucania.

Alla fine dell’ascolto i pezzi più riusciti sono gli orecchiabili TPS, un funky dal groove dinamico sul quale divertono le allitterazioni costruite attorno alla parola “suonare”, e Mai Uei, una dichiarazione d’intenti (il riferimento a The Voice è chiaro) tra trombe ska su un tessuto elettropop. La chicca dell’album è invece la grafica, a cura di Totto Renna, ispirata dai videogame anni Ottanta e dalla pixel art che caratterizza anche il video di Va bene. Poco per la rivoluzione, abbastanza per i fan che saranno felici di riabbracciare la band nelle date di una lunga tournée. Ma il merito, è chiaro, è soprattutto dei vecchi pezzi.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette