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7.5

A ben 17 anni da Outpost Transmission che ne chiudeva una fase di carriera che dopo il botto di ex:el (con Bernard Sumner e Björk ospiti) aveva fatto fatica a tenere il passo con giganti del Big Beat – e in generale con le super produzioni elettroniche a cavallo tra ritmo e guest star, featuring e producing, intelligence e dancefloor – gli 808 State tornano in purezza sulle trax e sulla dance con uno sguardo obliquo, avant e futurista assieme, facendo centro pieno.

Lo fanno mica accontentandosi di ritornare all’ovile di quell’acid house chicagoana di cui sono stati evangelisti in patria già all’altezza della Second Summer Of Love, ma mescolando quel sound – e in generale quei basamenti di house e techno – alla brulicante scena dance che lungo gli anni ’10 ha tenuto banco nelle clubnight Swing Ting e Eyes Down e sulle radio che contano per il settore come NTS. L’ora duo (PS. brutta storia quella di Darren Partington arrestato per spaccio nel 2015), rientra in partita come pioniere dell’acid, antesignano di Madchester e delle scene baggy, precursore di tutti gli innesti tra techno e jazz ecc. ecc. ma, allo stesso tempo, anche come piccola unità mobile e intelligente, l’avamposto di una scena di underdog, coetanei come trentenni e ventenni, che proprio su quelle basi sono tornati, tornano e ritornano per crosspollinare nuovi mondi.

E alcuni di questi pianeti e satelliti sono racchiusi in queste 15 tracce autorevolmente prodotte da un combo che – se parliamo di seconde, terze vite artistiche – possiede la stessa autorevolezza e carisma di un altro progetto con i controcazzi techno, i Black Dog (ma mettiamoci pure anche Clock DVA ultima maniera), con la differenza che la sua forbice creativa, seppur salda sui basamenti, s’allarga da queste parti a qualcosa che va dagli Underground Resistance al Radiophonic Workshop, dagli anelli di Saturno ai sound effect della Guida galattica per gli autostoppisti, passando per Kelvin Brown e le sue Eyes Down sessions.

La timeline in cui opera il progetto va di conseguenza: è un pulsante retrofuturo di quelli per i quali viene facile il parallelo con Blade Runner 2049 infarcito, ovviamente, di tutta quella vastissima filmografia fatta di b movie, documentari, pubblicità progresso ecc. che riavvolge il nastro fino a Charlie e ovviamente indietro. La timbrica delle macchine, il loro pulsare e gracchiare, e appunto le voci thrilling che declamano petulanti (I was Wrong), sono rimaste quelle, anzi, scavano ancor più indietro, così come il loro studio – Granada TV – è già di per sé una carrambata à la Doctor Who. Eppure, persi nel loro parallasse, Graham Massey e il ritrovato Andy Barker un dialogo lo attivano anche all’esterno e secondo molteplici strategie. Questo è il bello delle tracce electro del lotto come Landau, che lanciano ponti con producer sanguemisto di stanza Manchester come Henrietta Smith-Rolla, in arte Afrodeutsche (già in combutta con Massey nei Sisters Of Transistors), e questo il bello di quelle che tirano in ballo cose post-rave e computer music per le quali potremmo tirar dentro Rian Treanor (Westland).

Viceversa, nel dittico Cannonball Waltz / The Ludwig Question quel che la coppia trasmette di suo è un traslato mistone di footwork, dubstep e reggaeton, sorta di futuristico dialogo a distanza tra Manchester, Chicago e Kingston. E sempre in questo puntellare di precisione urban sound e lastre di silicio, arriviamo a un finale fatto di tracce ancor più inclassificabili come 13 13 o episodi da avanspettacolo macchinico che non possono non ricordare un’altra frangia dell’elettronica UK, ovvero quella di casa Cabaret Voltaire (Bushy Bushy e Clab Claw). Un degno completamento di una scaletta super compatta come altrettanto ricca di declinazioni. Altro che Pacific State, scordatevi la balearic, Transmission Suite è tensione e pulsione vitalistica, un deragliare in consapevolezza, e senza cinture di sicurezza.

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