Recensioni

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Esaltante. Uno dei dischi più belli dai tempi di Unknown Pleasures”. Parole di Paul Morley del New Musical Express. Anno 1982. La new wave era prossima al tramonto quando Seven Songs irruppe nei negozi. Il funk algido di A Certain Ratio e Pop Group, quello metallico dei Gang Of Four e isterico di James Chance i modelli di riferimento per chi volesse della funkness nel dopo punk. La differenza tra 23 Skidoo e i nomi di cui sopra era nell’entroterra, o meglio nelle amicizie: Venivano dai circuiti industrial e frequentavano personaggi del giroCabaret Voltaire e Throbbing Gristle. Da questi rubarono le alienanti e sinistre atmosfere – tra le loro passioni anche Aleister Crowley – di dischi quali The Second Annual Report e Mix-Up sradicandone l’essenza ritmica e aggiornarla, passando per Fela Kuti e Can, secondo i dettami della world music più torbida. Approdarono su Fetish Records – etichetta creata dal fan dei Throbbing Gristle Rod Pearce – con un 7” supportati da Stephen Mallinder e Richard H. Kirk dei Cabs e registrarono il debutto prodotti da Genesis P-Orridge, Ken Thomas Peter Christopherson celati nelle vesti di Tony, Terry and David.

Seven Songs ancora oggi, a ventisette anni dalla sua uscita, suona incredibilmente “oltre” e avveniristico. A levarsi è un groove torrido (IY ) e dalle fattezze voodoo (Kundalini), funk in superficie (Vegas El Bandito raggela il sangue!) e claustrofobico  sottopelle (la dark ambient avanti lettera di Porno Base e il proto Scorn in New Testament) come un ipotetico quartomondismo oltretombale (Quiet Pillage). La ristampa LTM, di contro a  quella Ronin del 2001, aggiunge
il Tearing Up The Plans ep (ancora quartomondismo, ma stavolta trasversale) e le fondamentali The Gospel Comes To New Guinea e Last Words dove l’influenza dei Can di Saw Delight – è così, né Tago Mago né Ege Bamyasi! – pare evidente. rediamo ci sia poco altro da aggiungere.

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