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Il documentario The Band that Would Be King comincia con la voce di Jad Fair che dice tra le altre cose: «non eravamo proprio una garage band, suonavamo nel soggiorno di casa…». Poi una semplice didascalia contiene il succo di quello che c’è da sapere: «Uniontown, Maryland, 1977. Jad e David Fair hanno formato gli Half Japanese nella loro cameretta. Non sapevano suonare un singolo strumento, ma nonostante tutto hanno registrato uno dei più grandi dischi della storia… ».

Il disco di cui si parla è l’esordio degli Half Japanese, 1/2 Gentlemen/Not Beasts. Triplo LP pubblicato nel 1980 dalla Armageddon, e in anni recenti fiore all’occhiello della ristampa di tutta la discografia della band dei fratelli Fair curata dalla Fire. Nell’edizione del 2013 le 50 tracce originali diventano 68 sul triplo CD e addirittura 86 sul quadruplo LP. Per il formato fate un po’ come volete ma non perdetevi per nulla al mondo questo classico del primitivismo rock e dell’outsider music. Un gioiello contorto per l’epoca talmente “fuori” da risultare avanti di qualche annetto sulla scena indie americana, e che ai tre accordi del punk – i cui dischi, se paragonati con l’esordio degli Half Japanese, sembrano musica classica – sostituiva una provocatoria estetica del “non accordo”.

Proprio questa sua paradossale filosofia è scritta nero su bianco nel saggio di Jad Fair How To Play Guitar (che si trova nel booklet dell’edizione Fire). Al cui confronto i prontuari su come diventare chitarristi in ventiquattr’ore diventano testi da conservatorio. Leggiamo invece quante chicche sono disseminate in quelle poche righe: «Ho imparato da solo a suonare la chitarra. È facilissimo quando capisci la scienza che sta alla base. Le corde più fini hanno i suoni più acuti, e le più spesse i suoni più gravi. Se schiacci una corda più vicino alla paletta avrai un suono più basso […] Puoi imparare i nomi delle note e gli accordi che usano gli altri ma è piuttosto limitante […] Se li ignori le possibilità diventano infinite e puoi imparare in un giorno […] È la tua chitarra e puoi farci quello che vuoi. Io preferisco usare corde di spessori diversi per avere più varietà, ma mio fratello le monta tutte dello stesso spessore, così non si deve preoccupare troppo. Qualsiasi corda pizzichi sarà quella giusta perché sono tutte uguali […] L’accordatura è un concetto ridicolo […] La chitarra è la tua e soltanto tu puoi decidere come farla suonare».

Quest’approccio un po’ tautologico un po’ dada è lo stesso che sottendono tutti i brani del disco originale (nonché quelli aggiunti dalle ristampe). Con estro regressivo degno dell’art brut di un Dubuffet, il rock dell’assurdo dei fratelli Fair sposa l’estro di un Captain Beefheart con la naiveté delle Shaggs e li porta a spasso tra i meandri di una no wave casalinga a bassa intensità – No More Beatlemania, I Love Oriental Girls e Battle of the Bands sono la risposta del Midwest a No New York. Al grido La chitarra è mia la gestisco io! il suono stortissimo degli strumenti a sei corde liberati dalla tirannia della corretta intonazione è un clang atonale accompagnato da percussioni scoordinate, da un canto piatto, dal pulsare di qualche congegno elettronico o da lancinanti larsen. Jad Fair era uno pronto per la lo-fi dieci anni prima della lo-fi, era Daniel Johnston prima del sorry entertainer (ascoltate Girls Like That), suonava econo come e prima dei compagni Minutemen (I Ta Nasi Si Na Mi Eee), decorticava il blues prima dei Pussy Galore (School of Love) e filosoficamente si proiettava già oltre le scordature dei Sonic Youth. Per non parlare delle citazioni esibite in modo provocatorio (Funky Broadway Melody) e delle cover irriconoscibili di Bob Dylan, Springsteen e Velvet Underground, indice – tra i tanti – di un atteggiamento (pre)postmoderno. L’accordatura è un concetto ridicolo, e non è l’unica nozione di musica di cui si fa allegramente carta straccia in queste cinquanta piccole schegge di grazia sconsiderata.

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