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27 anni, cresciuta nel popoloso New Jersey, Danielle Balbuena, aka 070 Shake, ha cominciato a suonare e cantare da autodidatta, stimolata dal collettivo rap 070. Il suo percorso inizia nel 2018 con l’EP Glitter, dall’emo rap ancora acerbo. Da lì nasce il decisivo interesse di Kanye West, che la fa partecipare a Ghost Town dal disco Ye (2018), un successo globale che la consacra con il famoso “and nothing hurts anymore, i feel kinda freeeee, we’re still the kids we used to beeee”, cantato a squarciagola da milioni di fan. Shake sfrutta abilmente questa rampa di lancio, conquistando pubblico e critica con featuring di alto livello (DJ Khaled, Swedish House Mafia), hit da classifica (come Escapism con RAYE) e album validi. Non sorprende che 070 Shake sia oggi al pieno della sua forma.
Con Petrichor, terzo album in studio dopo l’art pop camaleontico di You Can’t Kill Me (2022) e lo statico bagno elettronico di Modus Vivendi (2020), Shake raggiunge la consacrazione artistica definitiva. Per questo nuovo capitolo si avvale di un ricco team di produzione (Dave Hamelin, Eg White, Jacob Mühlrad, Johan Lenox) e collaborazioni eccentriche (Courtney Love, JT, Cam). Eppure, ciò che colpisce è che tutto funziona alla perfezione.
Il tiro rimane il solito di sempre: cantautorato sentimentale, quello più contorto, pregno di cupa psichedelia. I synth sono come da abitudine onnipresenti, ma stavolta meno futuristici e in una più variegata compagnia strumentale (archi, chitarre, pianoforti, organi, percussioni camaleontiche e cori compaiono abbondantemente nei 40 minuti d’ascolto). Ancor più di prima, Shake è una mina vagante. Continua coraggiosamente a costruire, stratificare e poi rinnegare strutture sonore. I crossover più improbabili sono dietro l’angolo.
Non c’è quindi da stupirsi se la malinconica ballata al piano di Sin si sgretola a metà, in favore di uno psych rock massimalista, fatto di sintetizzatori come se piovesse, chitarre elettriche e persuasive percussioni digitali. Neanche se subito dopo l’approccio idilliaco del singolo anticipatore Winter Baby / New Jersey Blues (che grida Beach Boys e Velvet Underground a squarcia gola), la scaletta propone il curioso e contrastante mix hip hop-synthwave di What’s Wrong With Me. L’impianto tuttavia, pur estremamente camaleontico e intricato, è saldamente tenuto compatto dall’approccio timbrico di Shake, il vero fil rouge del complesso.
La potenza vocale di Shake emerge con tutta la sua forza, a volte languida e distorta (come in What’s Wrong With Me), altre volte più penetrante e articolata, immersa in distorsioni e altri effetti (vedi Pieces Of You). In alcuni brani, la sua voce diventa un coro che si fonde perfettamente con gli altri strumenti, come in Never Let Us Fade con Cam o nella liminale cover del classico folk di Tim Buckley Song To A Siren, con Courtney Love e Melissa Auf Der Maur (della band rock Hole).
Dal punto di vista narrativo, Petrichor si distingue per un’incredibile autenticità. Se negli album precedenti si avvertivano influenze astratte, qui Shake attinge direttamente alla sua vita, in particolare alla relazione con Lily Rose Depp (cantante, attrice e figlia di Johnny Depp), che diventa la sua musa. Questo le permette di esplorare emozioni più dettagliate e autentiche. Le sue dediche alla partner oscillano tra momenti morbosi e autosabotatori (“I’ll be your hell or heaven-sent, Am I under your spell again?” in Elephant), e altri fragili e genuini (“Here I go again, into your garden, into your arms” in Into Your Garden con JT). In questa fase, Shake si svela al pubblico come una figura complessa, alternando spleen e gioia, come evidenziato in What’s Wrong With Me.
Petrichor è quindi una grande prova. Un disco denso e urgente, dove piove a dirotto (come allude il titolo e l’estetica delle promo) e nel quale la camaleontica cantautrice si immerge completamente, rivelandosi a cuore aperto. Se prima potevamo solo intuirlo, ora è chiaro: 070 Shake è una delle figure più interessanti e promettenti della scena musicale contemporanea.
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