IOSONOUNCANE, foto per “IRA” di Silvia Cesari (2021)

Weekend discografico. Ascolta gli album di Iosonouncane, Jorja Smith, Black Keys, Sons of Kemet, St. Vincent e altri

Nuova puntata dell'editoriale dedicato alle uscite del weekend. Domina “Ira” di iosonouncane ma c'è molto altro di cui parlare e che vale la pena ascoltare

Nuova puntata dell’editoriale dedicato alle uscite discografiche che trovate anche nel magazine settimanale, Weekly, e nuovi aggiornamenti per quanto riguarda la nostra playlist album 2021 al cui interno troverete altre novità a partire da un ingresso bello importante, quello di Iosonouncane.

IRA è l’uscita più attesa di questa settimana e nelle parole di Fabrizio Zampighi è un monolite spinto a forza in tre vinili e due CD, qualcosa che sfida i concetti di portabilità e facilità di fruizione, un’opera che s’identifica con la natura profonda dell’Incani-pensiero: un universo di dettagli musicali infinitesimali coordinati da un approccio al suono artigianale, fuori dal tempo e quasi ideologico. Secondo il diretto interessato, che abbiamo intervistato proprio in occasione dell’uscita dell’opera, IRA narra una moltitudine in viaggio, un viaggio per terre lontane e sconosciute, e se qualcuno guardando il minutaggio (che tocca l’ora e cinquanta minuti) se lo stesse domandando, sì, è a tutti gli effetti un concept album. Già, ma come suona? Beh ascoltando la prima traccia cantata in un crooning piuttosto british viene in mente David Sylvian e non solo per l’impostazione della voce ma per l’approccio complessivo al formato canzone, quel mescolare più generi e tradizioni musicali con autorevolezza, respiro e introspezione. Ma questa è soltanto una sfaccettatura di un disco che, altra particolarità, sembra cantato in una lingua nuova, che assomiglia all’inglese ma inglese non è.

Quello di Iosonouncane non è il solo disco atteso di questo weekend, che per la seconda settimana filata è ricco di uscite importanti. Ci sono, ad esempio, i Sons of Kemet che tornano con Black to the Future, quarto album per loro e, ancora una volta, ad alto contenuto politico, forse ancor più marcatamente rispetto a quel che già accadeva nel precedente Your Queen Is A Reptile. Ciò che è successo negli Stati Uniti lo scorso anno (da Floyd al BLM) brucia ancora ed è al centro della riflessione di Shabaka e dei suoi numerosi ospiti (c’è anche Moor mother tra gli altri), che puntano ancora una volta su quel mischione di (post)jazz-funk-dub ad alto tasso ritmico che è poi la cifra stilistica del progetto.

Quasi quattro anni dopo le geometrie allusive di MASSEDUCTION, torna poi  St Vincent con gli abiti anni ’70 di Daddy’s Home, un lavoro più fluido e “sporco”, collocato a livello di suoni, estetica e temi negli anni furenti del funk-psych-soul. Secondo Stefano Solventi, c’è buona ispirazione e più livelli di lettura per un lavoro che ribadisce la statura della cantautrice di Tulsa, cosa che potremmo affermare, con due perplessità in più magari, anche per il ritorno a stretto giro di Paul Weller con il suo FAT POP. Il nuovo disco del Modfather si muove in direzione pop rock toccando i Settanta in più punti, eppur contaminandoli con elettroniche contemporaneità. Una più che sufficiente seppur non stravolgente conferma, dal lato del blues, magari scavando fino alle origini altezza Mississippi Hill, anche per i Black Keys. Il loro Delta Kream si traduce in una serie di cover di classici a partire da John Lee Hooker e Big Joe Williams, un’inversione a U rispetto alla formula blues rock contaminata con il pop delle ultime prove del duo.

Prima di passare al lato più elettronico di questo weekend è giusto menzionare due produzioni caratterizzate da una spiccata eleganza soul/r’n’b: Be Right Back non è il vero e proprio secondo album della giovane Jorja Smith ma una raccolta di canzoni al solito ricche di eleganza, calore e profondità (recensione di Luigi Lupo); Blackest Blue è invece il decimo album dei più scafati Morcheeba, ovvero Skye Edwards e Ross Godfrey, un lavoro quest’ultimo come al solito ben prodotto, ma forse un po’ lasco in fase compositiva (recensione di Valerio di Marco). 

Sempre di eleganza e raffinatezza parliamo con Pantea, l’album con il quale Lorenzo Bitw accende l’estate su orizzonti balearici, mediterranei e equatoriali (recensione di Edoardo Bridda). Partito dall’effervescente intingolo UK funky britannico una decina abbondante di anni fa, il producer ha allargato via via lo sguardo su Caraibi e Africa, trovando qui una propria autorevole voce. Anche Medieval Femme di Fatima Al Qadiri è un altro bel lavoro. In questo caso veniamo trasportati in un Medio Oriente che è uno spazio dell’anima. Tra malinconie di droni e suggestioni ambient, oud e clavicembali sintetici, il disco, spiega Mauro Bonomo nella sua recensione, si fa veicolo narrativo di un luogo sospeso tra l’essere esistito davvero e la – semplice? – verosimiglianza, un universo parallelo metafora del nostro presente.

Il weekend segna anche il ritorno di Not Waving, al secolo Alessio Natalizia, che concilia pulsioni danzerecce e delicatezze intimiste nel suo How To Leave Your Body. Undici tracce – scrive Lorenzo Montefinese – che scorrono come frammenti di un diario privato, arricchite dai preziosi contributi vocali di Marie Davidson, Spivak, Jonnine Standish e Mark Lanegan.

Non ultimo citiamo Martin Phillipps che torna con i suoi Chills a tre anni da Snow Bound con Scatterbrain, un album più cerebrale e in parte meno coinvolgente del suo predecessore, capace tuttavia di aprire nuove strade espressive alla band e che al netto di qualche limite continua a mantenere intatta la leggenda (recensione di Massimo Onza in arrivo). Infine, Detritus, il terzo album di Sarah Neufeld, che deriva da una performance di danza, risulta meritevole e ne ha scritto su queste pagine Elena Raugei.

Tracklist