Recensioni

Nelle note di presentazione di Be Right Back Jorja Smith è stata chiara: questo non è il suo vero secondo album ma una sorta di raccolta di canzoni che la cantautrice britannica, classe ’97, aveva necessità di offrire ai suoi fan. Un pubblico sempre più numeroso, ammaliato dalla delicatezza soul di una delle voci ormai più significative della black music contemporanea.
Non a caso, il suo debut-album del 2018 Lost & Found è stato nominato nel 2019 ai Mercury Prize ed è valso a Jorja il suo secondo Brit Award come Best Female e la nomination come New Artist ai Grammy. Nel frattempo, la soul-girl si è destreggiata in diversi esperimenti particolarmente riusciti: il remix di Rouse Rouge, intramontabile classico dei St.Germain, una parentesi dancehall con il guru del genere Popcaaan oltre a By Any Means, pezzo di militanza contro le discriminazioni razziali, incluso nella compilation Roc Nation di Jay Z. Senza dimenticare tutte le prestigiose reference ricevute prima ancora dell’album di debutto, dall’endorsment di Drake – estimatore del singolo Where Did I Go? – passando al featuring con Kendrick Lamar in I AM, fino al tour al fianco di Bruno Mars. Non c’è dubbio: Jorja Smith è ormai un punto di riferimento dell’r&b e del soul basati sull’incontro tra ritmi elettronici e arrangiamenti catchy che danno forma a canzoni pop orecchiabili e profonde, meno sperimentali rispetto alle produzioni di una Fka Twigs ma certamente con un piglio più introspettivo rispetto ai pezzi di Rihanna o Adele.
La 23enne Jorja, nata a Walsall, nella contea delle West Midlands, può configurarsi come una loro erede grazie a un’educazione vocale invidiabile. Che viene messa magicamente in risalto anche in questo lavoro, dove la cantautrice è a suo agio tra i diversi registri adoperati. In Weekend i suoi virtuosismi vocali, evidenti nel chorus, vanno perfettamente a braccetto con un tappeto r&b elettronico e con aperture di archi che regalano un prezioso momento di calda intimità. Jorja non nasconde fragilità e sofferenze quando in Addicted, ammiccante nell’arrangiamento dream-pop orchestrale, nel caratteristico riff e nella melodia vocale, canta di sentimenti non corrisposti quasi come una dipendenza: «The hardest thing / You are not addicted to me / I’m the only thing you should need / You should be addicted to me». Gone è un altro momento soffice e profondo, ritmi spezzati sotto la magia vocale di Jorja che si lancia, ancora una volta, in invocazioni, questa volta divine, avvolte in un mood quasi gospel: «My God, I lost you at the corner / On God, I lost you in a moment».
Tutto l’album ruota attorno alla sua voce, al calore che sprigiona sia quando è flebile come quando, in Bussdown, duetta con la rapper Shaybo – questa volta in vesti meno rude – sia quando i suoi acuti vibranti ed eleganti si adagiano a dolci ballad con la chitarrina (Home, Time) o a spunti dance (Digging) o reggae (Burn). Sono momenti di grande coinvolgimento canoro ma a cui manca forse un pizzico di presa sul versante sonoro e degli arrangiamenti. Ma evidentemente questo Be Right Back è solo un preludio al secondo, vero album di Jorja Smith, che nel frattempo non manca di far felici i suoi fan con un lavoro di classe.
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