Un weekend con i nuovi dischi di Courtney Barnett, Damon Albarn e Idles si presenta già bene sulla carta. Ad ascolti fatti, va ancora meglio. Dai primi due nessuna rivoluzione per quanto riguarda il songwriting, anzi, il bello loro è proprio quello, per gli ultimi invece le novità ci sono eccome, sia per quanto riguarda la scrittura che dal punto di vista dell’allargamento dei generi e degli stili esplorati dalla band.
Parlando della blasonata rocker slaker songwriter australiana, già il titolo del disco la dice lunga sull’attitudine: Things take time, Take Time – un titolo così l’avrebbe potuto tirar fuori Kurt Vile, che è stato il suo compagno d’armi in un bel album collaborativo. Ma qui Barnett fa tutto da sola, almeno da un punto di vista ideativo. Le nuove composizioni, suonate dalla rocker con la band, intersecano un dedalo di sentimenti che hanno a che fare con l’amore e il rinnovamento, la guarigione e la scoperta di sé. Rae Street, uno dei suoi classici mid tempo, aveva del resto già messo le cose in chiaro: la realtà osservata dalla periferia del mondo, dal punto di vista di una suburbia svogliata, svaccata quanto si vuole, ma con l’occhio lucido quando si tratta di tirar le fila della vita. Chissà cosa ne penserebbe Neil Young di Barnett, perché gli arrangiamenti di questi pezzi e il modo in cui sono scritti qualcosa a lui sicuramente devono.
Dall’Australia passiamo all’altro capo del mondo, in Islanda, terra a cui Damon Albarn idealmente dedica The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows, un disco che raccoglie le riflessioni del frontman con la splendida isola a far da background, terra dove da qualche tempo risiede in qualità di cittadino. Malinconia e britishness, ricerca di sé stesso, questi gli elementi di un disco che già abbiamo magnificato da queste parti (recensione di Daniele Rigoli), e proprio per l’intensità con la quale i contenuti vengono diretti all’ascoltatore, sia con il piano che con l’elettronica.
Anche degli Idles trovate già la recensione su queste pagine e pure un’intervista. E anche qui parliamo di guardarsi dentro, di scandagliare dipendenze, di cercare nuovi significati. A differenza dei preceneti lavori, però, Crawler propone un sound espanso, che guarda oltre i confini del post-punk per il quale la formazione si è fatta conoscere ben al di fuori dei confini nazionali. Questo viaggio al termine della notte è inoltre un album di passaggio – ce lo ha confessato il chitarrista Mark Bowen – che trova una rinnovata intensità nei ritmi rallentati e nelle pause, delle crepe attraverso cui passa una nuova luce, elementi che non trovavano posto nell’euforia punk degli scorsi album. E sono le parole di Fernando Rennis.
C’è chi alle musiche dell’anima arriva attraverso l’interpretazione di brani altrui. È il caso di Imposter, terzo capitolo del sodalizio tra Dave Gahan e Soulsavers, in cui la consueta vena blues-rock e il piglio da crooner si fondono in dodici cover di, tra gli altri, Cat Power, Mark Lanegan, Neil Young, Bob Dylan. Un disco tra eleganza e mestiere.
Avventurandoci sulla parte più sperimentale delle musiche del weekend, abbiamo innanzitutto i 22 minuti di magnetica musica acustica firmata Lee Ranaldo nel 12” one side In Virus Times, qualcosa a metà tra l’American primitive guitar, l’ambient, il minimalismo e Alessandro Alessandroni. E se di musica come terapia (o meglio meditazione) parliamo, Music For Psychedelic Therapy è il sognante album con il quale Jon Hopkins intende inaugurare un nuovo capitolo della sua ricerca musicale, muovendosi sul crinale tra musica concreta, ambient e una pastorale psichedelia affidata a organi, droning e al suono dell’acqua. Una sorta di negativo della sua proposta, con l’aggiunta degli affascinanti spoken word di Charlotte Gainsbourg, potrebbe essere rappresentata da Lovotic, il doppio LP dei Soundwalk Collective che, oltre alla cantante e attrice, vede anche i featuring di Atom TM, Lyra Pramuk, Paul B. Preciado e Willem Dafoe (!).
Due album per attraversare le porte della percezione, insomma, dai quali è possibile ritornare in noi stessi solo in un modo: scuotendoci con un flusso di free jazz indemoniato e caustica poesia politica firmato da Camae Ayewa e i suoi Irreversible Entanglements. Una voce, la sua, che trascendendo generi e progetti si dimostra per l’ennesima volta tra le più vitali e stimolanti in questo presente troppo spesso anemico e violento, e che fa di Open The Gates uno dei must del weekend.
Anche il lato elettronico in questo fine settimana mette a segno buoni colpi, soprattutto sul lato più ibrido e ibridato di queste musiche. È il terreno bazzicato sia da Asia Argento nel suo primo vero e proprio album (“Music From My Bed”), sia da Go Dugong, che con Meridies torna ad esplorare le musiche tradizionali della sua Puglia, sigillando un percorso sempre più autentico e originale. Chi invece ha un approccio coerentemente straight edge alla musica elettronica è Alva Noto, che in HYbr:ID vol.1 esplora vari approcci compositivi eppure sempre riconducibili al suo rigoroso metodo tra sound design, glitch e techno. Anche Axis di Helm è un lavoro elettronico pure, ma che rispetto al precedente Chemical Flower segna per il producer un ritorno alle origini, confermato dal singolo Repellent, una claustrofobica cavalcata industrial lo-fi sorretta da una cassa dritta che ne fa un ibrido ideale fra la techno in slow motion di Andy Stott e il lato più accessibile di Prurient. E sono le parole di Lorenzo Montefinese che si è occupato anche dell’ultima uscita firmata Blawan, Woke Up Right Handed, un felpato eppur fosco ibrido di dubstep, techno e UK garage. Un’elettronica più solare, mediterranea e house la fa invece Borut Viola, ex Scuola Furano, in arte Bawrut. In The Middle è il suo primo album sotto questo alias. Ospiti Liberato e Cosmo. Un’occasione perfetta per intervistarlo.
Sul lato delle ristampe, il weekend ci regala il prezioso cofanetto antologico della storica band no wave punk Bush Tetras. Rhythm and Paranoia: The Best of Bush Tetras ripercorre la storia del gruppo in 31 brani, tra versioni rimasterizzate delle canzoni più famose (Too Many Creeps e Things That Go Boom In The Night), tracce mai pubblicate in vinile fino ad ora (la versione live di Cold Turkey di John Lennon) e ben tre inediti. Il box set è inoltre rifinito da un libro di 46 pagine con foto inedite e nuovi scritti critici di calibri come, tra gli altri, Thurston Moore, Topper Headon dei Clash, Nona Hendryx, Hugo Burnham dei Gang of Four, Ann Magnuson dei Bongwater e del giornalista musicale Marc Masters. Un bottino bello ricco per riscoprire e godersi il seminale suono dei newyorchesi.
Sul songwriting italico, due uscite: Sale Rosa di dellacasa maldive e Immaginari Pt. 2 dei Canarie, eppoi c’è pure il ritorno del Vasco nazionale. Con Siamo Qui il rocker tenta di riprendersi lo scettro di rocker italiano con un album abbastanza agile e ispirato, insistendo come non mai sulla sostanza grazie a testi come al solito un po’ grossolani però tutto sommato intensi, forse il miglior lavoro da Liberi Liberi a questa parte.
Le uscite discografiche non sono finite qui. Trovate l’intero dettaglio nel consueto settimanale di SA, Weekly.