Thom Yorke e Roger Waters
Thom Yorke, Smile, Ferrara, foto di Francesca Sara Cauli (2022); Roger Waters, foto di Kate Izor (2023)

Waters vs Yorke: il botta e risposta sul conflitto Israele-Palestina continua

La versione dell’ex Pink Floyd dipinge il frontman dei Radiohead come sarcastico di fronte a numerose lettere sull’argomento, e tutto finirà nel suo memoir

L’astio tra Roger Waters e Thom Yorke resta acceso. Tutto ha avuto inizio nel 2017, quando Waters firmò insieme a Thurston Moore, Ken Loach e altri artisti una lettera che chiedeva ai Radiohead di annullare un concerto in Israele, accusando lo Stato di mantenere «un sistema di apartheid imposto sulle persone palestinesi». Waters, sostenitore storico del movimento BDS, aveva già allora messo in chiaro le proprie posizioni.

Nel 2024, Waters raccontava in un’intervista a The Empire Files di aver cercato un dialogo con Yorke via email: «Mi dispiace che tu abbia pensato che io fossi provocatorio». Yorke, secondo Waters, rispose senza aprire davvero il confronto: «Di solito, le persone da una parte o dall’altra di un argomento hanno almeno la decenza di parlarne». L’ex Pink Floyd non risparmiò critiche al frontman dei Radiohead: «Quel ragazzo è un coglione». Commentando poi l’interruzione di un suo concerto dopo fischi di un manifestante pro-Palestina, aggiunse sprezzante: «È chiaramente molto insicuro. Si crede brillante, ma non lo è».

Oggi, a distanza di un anno e a qualche mese dalle considerazioni sul progetto di Jonny Greenwood e Dudu Tassa, lo scambio prosegue. In un’intervista al Katie Halper Show, Waters ha definito Yorke «un fifone» e una «persona sgradevole da frequentare». Racconta di avergli scritto molte lettere, e lui, seppur rispondendo, l’avrebbe buttata  sul sarcasmo cercando di «fare lo spiritoso». Waters assicura che tutto finirà nel suo memoir.

 

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La versione di Yorke

Yorke, dal canto suo, aveva già chiarito la sua posizione pubblica in un lungo post di maggio, spiegando che il suo silenzio sul conflitto Israele-Palestina non è ignavia ma rispetto verso chi soffre, e che le accuse di complicità sono state strumentalizzate: «Quel silenzio… ha avuto un peso enorme sulla mia salute mentale». Sottolinea inoltre di non sostenere alcuna forma di estremismo o deumanizzazione: la sua musica e la sua arte parlano da sempre contro queste violenze. Pur condannando le azioni del governo israeliano e denunciando le violenze a Gaza, Yorke invita a riflettere anche sulla responsabilità di Hamas e sulla pericolosa polarizzazione online, che impedisce un dibattito vero e costruttivo. Chiude con una sorta di preghiera laica: un auspicio affinché sofferenza e morte finiscano, e la capacità di comprensione e umanità possa tornare.

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