PJ Harvey è attualmente in tour negli Stati Uniti per promuovere I Inside the Old Year Dying, una serie di date che la vedranno sui principali palchi Europei oltre che britannici (a Manchester ha suonato anche con Johnny Marr).
L’Italia è al momento esclusa ma una nuova occasione per saggiare la resa live di brani come I Inside The Old I Dying e A Child’s Question, August, l’ha data il Tiny Desk Concert, il longevo format della radio statunitense NPR. Dal set composto da 5 brani solo White Chalk proviene da un precedente album, ovvero dall’omonima prova del 2007.
I Inside the Old Year e le ristampe del catalogo
Del suo decimo lavoro, pubblicato lo scorso 7 luglio via Partisan, e recensito su queste pagine da Giuseppe Zevolli (anche presente alla data londinese che lo ha presentato), la cantante ha parlato nei termini di una prova difficile da realizzare, di un disco che è costato anni di session ma anche di una prova che alla fine ha acquistato la forma che sperava assumesse.
Tra le sue influenze ha citato autori di colonne sonore – Jonny Greenwood, Mica Levi, Hildur Guðnadóttir e Ryuichi Sakamoto – ma anche gli Smile di Thom Yorke, lo stesso Greenwood e Tom Skinner e album come All Thoughts Fly di Anna von Hausswolff, fino all’ultima fatica in studio di Bob Dylan, Rough and Rowdy Ways del 2020.
Negli scorsi anni, l’intera discografia di PJ Harvey è stata ristampata in vinile, con ogni riedizione a venir accompagnata da un secondo album di demo inediti. Iniziata nel 2020 con la ristampa dello storico debutto Dry, la serie si è conclusa lo scorso marzo con la raccolta demo abbinata a Hope Six…
Durante lo scambio con il giornalista Kory Grow, PJ ha sottolineato come anche il ciclo di riedizioni abbia a sua volta influenzato il nuovo lavoro.
Su SA trovate un ampio monografico dedicato alla cantante di Down By The Water a firma Stefano Solventi e potete recuperare, tra le altre, la recensione classic di Dry, ma anche quella relativa a Let England Shake, scritta al tempo della sua uscita, 10 anni fa. Su Sa trovate inoltre la critica del sopracitato The Hope Six Demolition Project del 2016, firmata da Fernando Rennis, e uno speciale su Uh Huh Her a cura di Giuseppe Zevolli.
