Pj Harvey

PJ Harvey: L’altro lato di “Uh Huh Her”

Fu il co-fondatore dell’etichetta 4AD Ivo-Watts Russell, racconta Martin Aston in Facing The Way – The Story of 4AD (2013), a consigliare ai tipi della microindie Too Pure di pubblicare un’edizione limitata di Dry, il folgorante debutto di PJ Harvey, accompagnato da una versione demo dell’album, semplicemente intitolata Demonstration. C’era qualcosa di viscerale, sporco e smodatamente blues in quelle registrazioni casalinghe, il germinare di un talento rarissimo che a distanza di poco tempo avrebbe lasciato Too Pure e affidato le proprie sorti a Island Records. Non molti artisti possono presentare i propri demo come materiale degno di consacrazione. PJ fa eccezione: se già in Dry/Demonstration molti dei suoi demo si presentavano come “versioni alternative” in divenire (si ascoltino i vocals multi-traccia di una commuovente, finanche naïve Oh My Lover) o “chiavi di rilettura” dei propri dischi, solo un anno dopo, nel 1993, 4-Track Demos arrivava a testimonianza della travagliata, impressionistica scrittura del capolavoro Rid of Me, con l’aggiunta dei demo di iconici brani inediti come Hardly Wait e M-Bike.

A distanza di quasi trent’anni, PJ Harvey, colei che nei best of e greatest hits non ha mai creduto, ha annunciato una colossale ristampa di tutti i suoi album in versione sia studio che demo. La serie, supervisionata dal suo storico collaboratore John Parish, arriverà a compimento nel corso del 2021 e al momento, con l’annuncio della pubblicazione di ristampa e demo di White Chalk il prossimo 25 giugno, è arrivata a coprire la sua carriera fino al 2007. Se è vero che le versioni demo degli album uscite sinora hanno saputo regalare più di una sorpresa, dandoci l’opportunità di apprezzare l’evoluzione del suo songwriting e il trasformismo della produzione tra un disco e l’altro (in versione demo, per esempio, Stories From The City, Stories From The Sea si riscopre un disco ben più mesto e viscoso), è altrettanto legittimo guardare all’edizione demo di Uh Huh Her, il suo disco “ribelle” del 2004, come a un’occasione mancata.

Con una durata totale di appena trentuno minuti, la versione demo di Uh Huh Her rompe con l’approccio filologico adottato finora. Mancano il singolo You Come Through, picco estatico dei suoi concerti del 2004 con cui scelse di chiudere l’intero tour, e il brano Cat On The Wall, inizialmente pensato e poi scartato come singolo da Island. E se si lascia perdonare la mancanza dell’interludio strumentale The End, originariamente dedicato a Vincent Gallo, stona non poco l’assenza di No Child Of Mine, un brano di cui in Uh Huh Her non rimaneva che uno stralcio a mo’ di teaser, e la cui eccellente versione integrale compariva in Before The Poison (2004) interpretato dalla Nostra assieme a Marianne Faithfull. Se da una parte è difficile spiegare l’assenza di questi brani con assoluta certezza, è possibile immaginarsi una PJ e un Parish in veste di revisionisti. Chiamato a scegliere i propri brani preferiti della discografia di PJ Harvey da The Quietus, Parish, che come tutti i veri fan di PJ Harvey in Uh Huh Her riconosce la presenza di gemme come The Desperate Kingdom Of Love (alla lista aggiungerei senza battere ciglio It’s You e Shame), ha definito Uh Huh Her un disco «patchy», “disomogeneo”, un aggettivo su cui, in inglese, incombe la connotazione di “incompleto”. PJ, dal canto suo, durante la promozione di White Chalk non ha mancato di ribadire il suo disamore per Uh Huh Her, arrivando a confessare a un giornale polacco che, con quel disco, per la prima volta si era ritrovata a non avere «niente di nuovo da dire».

Se l’autocritica di PJ vi sembra troppo inclemente, sappiate che non siete i soli a pensarlo. Con il suo approccio lo-fi alla produzione (fatta eccezione per i controcanti inediti di The Pocket Knife, i demo non si discostano granché dalle versioni studio), Uh Huh Her si riconnetteva indirettamente alla causticità della prima PJ Harvey, barattando la compostezza pop-rock del radio-friendly Stories From The City, Stories From The Sea (2000) con una liberatoria giocosità che ai tempi si manifestava sia sul disco (The Letter, Who The Fuck?) che sul palco (chi era alla Centrale del Tennis di Roma, nel 2004, si ricorderà una PJ tarantola e uno stivale rotto a furia di saltare). Brani come It’s You e The Slow Drug recuperavano lo sperimentalismo noir di Is This Desire? (1998), quasi a indicare il brulicare di un estro creativo in cerca di nuove ispirazioni. Non ha molto torto invece il buon Parish quando parla di disomogeneità: con due tracce poco più lunghe di un minuto (The End, No Child Of Mine), un isolato field recording con il gracchiare di gabbiani e una serie di repentine oscillazioni di mood e stile, ascoltare Uh Huh Her, oggi come ieri, sembra un po’ come rimescolare un mazzo di carte incompleto.

Le carte mancanti, come i fan sanno bene dal 2004, si potevano trovare nei lati b e negli inediti di quel periodo. Se il catalogo di b-side di PJ Harvey è un’autentica miniera d’oro, il periodo Uh Huh Her non fa eccezione. Se ne accorse persino la Island, che raccolse le b-side dei singoli The Letter e You Come Through in una compilation per il mercato americano intitolata semplicemente B-Sides (2004). Catturando in pieno l’ironia della sua immagine dell’epoca (PJ si esibiva dal vivo con abiti su cui potevano comparire, a seconda della serata, immagini di se stessa, delle Spice Girls o dei Backstreet Boys), in copertina PJ ci mostrava il suo posteriore, una piccola chitarra stampata sulle sue mutande. Nonostante l’apparente sdegno dell’artista di fronte ai propri “scarti”, suggerito da quell’immagine di copertina, le b-side del periodo Uh Huh Her costituiscono alcuni dei momenti più strambi e conturbanti della sua discografia, ulteriori oscillazioni di stile che, in più di un caso, avrebbero potuto arricchire sia l’album del 2004 che la scarna collezione di demo del 2021. È possibile, come si è lasciato sfuggire Parish in una recente intervista, che il tempo della riscoperta delle b-side di PJ Harvey arrivi nei mesi a venire con la pubblicazione di alcune raccolte ad hoc. Per il momento, vi invitiamo a riscoprire “l’altro lato” di Uh Huh Her, dando un ascolto ad alcune delle b-side più significative del periodo.

Uh Huh Her

Per ironia della sorte, Uh Huh Her fu privato della sua title-track. Se in più di un modo l’album esplorava l’impossibilità di conformarsi e “diventare adulti”, specie in ambito sentimentale, la title-track, suonata di routine live, costituiva il picco di questo simbolico rifiuto. Laddove la protagonista del numero pseudo-folk The Pocket Knife scongiurava, con una voce vagamente fanciullesca, la possibilità di diventare una sposa, in Uh Huh Her il canto gutturale di PJ si fa demonico, raccontando la devastazione di chi contempla il proprio amato convolare a nozze («He is, he’s leaving / Abandoning me / Don’t marry, uh, huh, her»). Un macabro blues che, echeggiando le sregolatezze blues-rock di Doc At The Radar Station (1980) dell’idolo di PJ Captain Beefheart, si riconnette idealmente alle atmosfere desertiche di To Bring You My Love (1995).

 

The Falling

In Uh Huh Her dominano l’incomprensione tra amanti (Shame) e il desiderio di lasciarsi alle spalle i traumi amorosi del passato (The Darker Days Of Me And Him). Il momento di chiusura più netto e vigoroso arriva in The Falling, un concitato, asfittico brano in cui PJ canta «I open up my tender heart/To all the men whom I’ve loved», accompagnata da rudimentali sintetizzatori e un concerto di energici cori. Il verso «Today is the day» tuona con il vigore di chi vuol far piazza pulita del proprio passato, trasformandosi in una sorta di mantra sia per la protagonista del testo che per l’ascoltatore.

 

Bows And Arrows

Altro brano ad altissima tensione sentimentale, Bows And Arrows irrompe con un’allucinazione: «I saw your face / Whiter the purity / Then I saw savages / Standing before me». Chitarre e batterie si precipitano sulla scena, trascinando l’eroina in una tortuosa, sofferta analisi di un amore destinato a morire. Impossibile pronunciarsi con certezza, ma il caso vuole che il dramma di una relazione diventata ingestibile venga raccontato, tra le altre cose, con un inciso in cui PJ recupera una metafora usata da Nick Cave nel brano Into My Arms. Il verso di PJ «Won’t you send those angels to watch over me?» sembra quasi una letterale risposta alle promesse di Cave del 1997: «And I don’t believe in the existence of angels / But looking at you I wonder if that’s true / But if I did I would summon them together / And ask them to watch over you», cantava King Ink nel brano di The Boatman’s Call (1997), disco notoriamente ispirato alla fine della relazione tra i due.

 

The Phone Song

Il dramma si consuma al telefono in The Phone Song, un magmatico brano in cui il malsano loop cui allude il testo («That the loop / It can be broken / That your heart / It can be open») viene catturato in musica da un’impenetrabile coltre di soffuse distorsioni, cui si aggiunge il volubile incedere di una chitarra acustica. Nonostante i toni aspri della “chiamata” in questione, The Phone Song finisce per essere, al contempo, uno dei brani più inquietanti e atmosferici della carriera dell’artista.

 

 

Evol

Altro momento topico dei live del tour di Uh Huh Her, il dissonante blues di Evol (niente a che vedere coi Sonic Youth) porta l’anti-romanticismo dell’album alle sue logiche conclusioni, interpellando direttamente l’ascoltatore e persuadendolo ad abbandonare ogni speranza in ambito sentimentale. «Some call it the beating heart / Some call it the God / They’re just romantic fools», canta una PJ in veste di cinica mattatrice, in bilico tra l’esistenzialismo di un’interprete blues e l’irriverenza di una trickster da commedia.

 

Stone

Se le spiritosaggini e le sbavature delle chitarre di Evol (dal vivo un vero e proprio tripudio di semi-improvvisazione) sembravano suggerire un comico abbandono di ogni aspirazione romantica, la vorticosa Stone ci porta al culmine della tragedia, un brano solo voce e chitarra in cui PJ urla le frustrazioni di un personaggio in balia di un debilitante mal d’amore («But my heart has turned to stone / What if my heart has gone? / The world is weary, tired enough / I need help to hold this love»). Assieme alla b-side del 2001 Kick It To The Ground, Stone è tra le interpretazioni vocali più laceranti e “indomite” della carriera di PJ.

 

 

Angel

Un arrangiamento tanto rudimentale quanto ipnotico contraddistingue l’ottima Angel, un brano che, complici le immagini da “innocenza perduta” del testo e le cristalline peripezie vocali di PJ, sembra ripescato direttamente dalle sessioni di Dry. Probabilmente la più incongrua del lotto in quanto ad affinità con le atmosfere di Uh Huh Her, Angel rimane un brano di straordinario pathos in perfetto dialogo con il resto degli outtakes del periodo.

 

Dance

Chiudiamo con una nota di colore, una piccola demo che graziò il lato B di del 45 giri di Shame. Probabilmente la meno nota del gruppo di “outsider” del periodo Uh Huh Her (inspiegabilmente, assieme a 97° fu esclusa dalla compilation di Island del 2004), Dance si regge su un ossuto riff di facile presa, su cui PJ, più o meno letteralmente, improvvisa una danza liberatoria. Tornano amanti in fuga e coltelli: il verso «Wedding night, blade knife» recupera alla lettera l’iconografia di The Pocket Knife, ma a PJ (e i suoi vocals canzonatori non possono che confermarlo) non interessa altro che danzare («Married on Wednesday, written on Thursday / Trial on Friday, hung herself on Saturday / I’m here dancing»). Che sia l’altro lato di  Uh Huh Her ad essere il più “ribelle”?

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