Migliori album 2021. Classifica e considerazioni di Stefano Pifferi

Non raggiungerò le vette del caro Solventi – che ha dedicato un articolo a una circostanziata e ben argomentata non-classifica – ma ne condivido molti passaggi. Faccio fatica, faccio sempre più fatica; non tanto a stilare una classifica di fine anno, dato che le ho sempre considerate niente più di una lista di dischi che ho ascoltato di più e che conseguentemente mi sono piaciuti di più (o che mi hanno annoiato di meno) che se messe a sistema con quelle degli altri redattori o, su una macroscala, con quelle di altri magazine possano fornire uno spaccato, anzi una istantanea fugace e volatile dello stato dell’arte di certe musiche in un determinato anno.

Faccio però sempre più fatica a rapportarmi proprio con la musica in senso stretto, anche se questo dipende in primis da fattori che sono esterni alla musica in sé e hanno più a che fare con la fruibilità sempre più casuale o distratta; l’invadenza (o invasione) di una produttività ormai ipertrofica a cui non sempre fa seguito uno slancio qualitativo altrettanto alto; la smaterializzazione dei medium che, per chi è cresciuto in un altro mondo, crea quella non subitanea associazione tra contenuto e contenitore (contenitore che fa a tutti gli effetti parte del lavoro, a partire dall’artwork); la scarsa (eufemisticamente parlando) persistenza memoriale di qualcosa sempre più ridotto e percepito come pura merce di consumo, roba da shuffle compulsivo e, non ultimo, la sempre più netta sensazione che quello che si sta facendo non abbia più un pubblico in grado di essere partecipe e che sia minimamente in grado di cambiare le sorti delle musiche meno convenzionali.

Nessuna novità o quasi, visto che qualcuna di queste “lamentele” si è ovviamente acuita nell’ultimo biennio, mettendo finalmente a nudo (sarcasmo mode on) tutta la fragilità di un determinato circuito musicale e anche e soprattutto la prescindibilità che le musiche “altre” – non necessariamente come genere, quanto come attitudine e prospettiva – hanno in un panorama culturale che sembra sempre più ripiegarsi su se stesso, cercando spasmodicamente una formula commercialmente soddisfacente e, una volta trovata, replicarla all’infinito fino a renderla contenitore vuoto, mero orpello, incanalamento e sottrazione di spazi ed energie.

Finito l’angolo della contumelia gratuita e un po’ boomeristica – però lo sguardo d’insieme sul cambio di certe dinamiche chi può averlo se non noi vecchi? – torniamo alla questione strettamente musicale e strettamente “di classifica”. Almeno nei primi dieci posti ho piazzato roba vecchia e roba nuova, o roba nuova che si rifà a roba vecchia ma riesce nell’intento di attualizzarla, di renderla evoluzione e non mera riproposizione. Se penso alle “chitarre”, di cui si va cantando la rinascita, di sicuro del lotto catalogabile sotto l’etichetta del nuovo “post-punk” ho prediletto i Moin al giretto grossomodo inglese di Dry Cleaning, Squid, Black Country, New Road per la loro “repulsività” commerciale, per la loro difficoltà decrittativa, così come sul podio ho messo senza ombra di dubbio l’ultimo album di un progetto purtroppo destinato a non aver futuro, qual è Intimate Immensity dei Tomaga.

Probabilmente per entrambi vale una predilezione mia per atmosfere genericamente plumbee e quel quid di ricerca che, come dicevo sopra, attualizza certe musiche oggigiorno più che storicizzate. In mezzo, a far da paciere non tanto tra primo e terzo posto, ma con i residui di un passato mai pienamente metabolizzato e anzi ancora terribilmente presente, ho inserito Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo, il disco-concept di Blak Saagan sull’affaire Moro. Fuori tempo massimo? Troppo retro? Inattuale come tematica? Sì, va bene tutto, ma rendere una sorta di audio-dramma collettivo come ha fatto l’artista veneto risponde esattamente a quella che è la mia idea di musica engagé.

Uscendo dal podio, di nuovo roba “vecchia” – ai Low va stretta questa definizione semplicemente perché i Low sono fuori dal tempo e le categorie vecchio e nuovo non li scalfiscono: essi sono il tempo – che ha però più di un piede nel presente, anzi, come nel caso di Godspeed You! Black Emperor, è spesso un passo avanti al presente e sì, di nuovo ritorna il discorso sull’impegno e sulla musica come arma, non come orpello o passatempo distratto o medaglietta da appuntarsi. Oppure come nel caso dei redivivi Arab Strap, dimostra come l’avere in dote un certo tipo di classe prescinde non solo dagli anni, ma anche da quelli di inattività: della serie, “torniamo quando vogliamo e spacchiamo i culi a molti”. Per le cose “nuove”, indubbiamente non potevo rimanere indifferente a quello che considero uno dei progetti migliori tra i millemila in cui è coinvolto Shabaka Hutchings, ossia i Sons Of Kemet. Averli visti live aiuta, considerando carica e coinvolgimento che i quattro riescono ad attivare on stage (cosa che, rimanendo nella Shabakasfera, non mi è successa coi Comet Is Coming, per dire) però il messaggio socio-politico in opposition e l’ampiezza dei riferimenti affidati a Black To The Future – e prima ancora a Your Queen Is A Reptile – sono una botta che sveglierebbe anche il più addormentato dei fruitori.

Le cose “nuove” in realtà sono nuove per modo di dire. Le tre nippo-girls Kuunatic lo sono anche discograficamente, Gate Of Klüna è il loro primo full-length, e ci ribadiscono come le musiche non anglosassoni o euro-centriche – sì, ok le evidenze di un clash culturale ci sono tutte, quindi estremizzo un po’ il discorso – siano mediamente più eccitanti, più avventurose e meno inclini a un generico appiattimento. Forse dipende anche dal fatto che l’esotismo in musica ci ha sempre colpiti, chissà. Per l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – che nuovi non sono, visto che We’re Ok, But We’re Lost Anyway è il quinto album, ma al tempo stesso lo sono, dato che quasi nessuno ha mai apprezzato i precedenti – vale il discorso sonoro, caleidoscopico, colorato, folle ed eccitante, ma anche quello più genericamente sociale: il perfetto esempio di musiche che se ne fregano di confini, limiti, categorizzazioni a partire dalla modulabilità della formazione fino alla eterogeneità dei partecipanti, un vero e proprio trionfo per il meticciato e le ibridazioni.

Infine, last but not least, un “vecchio” che a mio modesto avviso è una sorta di enciclopedia vivente delle musiche d’area genericamente industrial… ma una enciclopedia che si va scrivendo mano a mano che passano gli anni. Gianluca Becuzzi ha intrapreso un percorso in questi ultimi anni che non può che essere elogiato perché da un lato persevera in una zona grigia che dimostra di maneggiare con la saggezza del veterano, dall’altro spinge oltre ogni discorso ipotizzabile sulla ripetitività, fornendo spunti che vanno oltre, molto oltre il mero ascolto musicale.

Un buon anno, insomma, questo 2021, non eccelso ma con dischi che mi hanno – e qui mi contraddico un po’ – rimesso in pace con la musica, dimostrando ancora una volta che, per quanto i cambiamenti che toccano l’intera filiera siano spesso peggiorativi, la costante rimane sempre quella di essere curiosi, di non fermarsi alle apparenze, di sfruttare sti cazzo di giga da cui siamo sommersi per scandagliare i sottoboschi alla ricerca dell’inatteso; cosa questa che, stando al fruitore, anzi hater, medio di musica sui social, pare sempre più chimerica. Buona fine d’anno, streaming merda sæcula sæculorum e comprate più dischi.

  1. Moin – Moot!
  2. Blak Saagan – Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo
  3. Tomaga – Intimate Immensity
  4. Low – Hey What
  5. Godspeed You! Black Emperor – G_d’s Pee AT STATE’S END!
  6. Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – We’re Ok, But We’re Lost Anyway
  7. Kuunatic – Gate of Klüna
  8. Arab Strap – As Days Get Dark
  9. Sons of Kemet – Black To The Future
  10. Gianluca Becuzzi – Mana
  11. Emmanuelle Parrenin, Detlef Weinrich – Jours de Grève
  12. Dry Cleaning – New Long Leg
  13. Grouper – Shade
  14. Shackleton – Departing Like Rivers
  15. Moor Mother – Black Encyclopedia Of The Air
  16. The Bug – Fire
  17. Aaron Dilloway & Lucrecia Dalt – Lucy & Aaron
  18. Squid – Bright Green Field
  19. Sleaford Mods – Spare Ribs
  20. Pharoah Sanders e Floating Points – Promises
Tracklist

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