Recensioni

Il pauroso traghettamento di un fenomeno indie da cameretta & web – dove indie come lo usi usi ormai sbagli – verso il pop e le classifiche tout court, verso il red carpet, verso la massa, i tormentoni, le pubblicità, tutti quanti. Come Gotye, per capirci. Questo sembra essere il copione scritto per il ventenne di Sydney Harley Streten aka Flume (60.000 like su facebook). Per inciso: Australia – Gotye, nato a Bruges, è cresciuto a Melbourne – nuova Tin Pan Alley? Un percorso che è lo stesso circolo vizioso-virtuoso già battuto da Mike Volpe/Clams Casino (59.000 like) e – clamorosamente – Abel Tesfaye/The Weeknd (che-te-lo-dico-a-fare 581.000 like): tracce caricate sul tubo e in free download come singoli (qui sono Sleepless e Holdin On, senza video peraltro, musica e immagine fissa) e subito un buzz pazzesco che tira su numeri e attira l’attenzione dei magazine specializzati (qui XLR8R), dei giornali generalisti, delle label, dei colleghi (lui ha già le mani in pasta – leggi remixa e si fa remixare – con Onra e Shlomo) finendo col tirare ancora più su i numeri.
I riferimenti di Flume, come quelli di Clams del resto, scavalcano generazioni e tradizioni e puntano tutto sugli anni Zero anzi proprio sugli anni Dieci, se il ragazzo cita come massime influenze gente come Hudson Mohawke e Jamie xx e dice che in un club vuole sentire i pezzi di TNGHT, Julio Bashmore, Rustie, Disclosure e Baauer. L’omonimo disco di debutto, uscito il 9 novembre, 13 tracce in streaming su soundcloud e youtube, con il patrocinio della australiana Future Classic (label ma soprattutto booking agency, e questo la dice lunga; 18.000 fan su facebook), è arrivato primo nella classifica iTunes e secondo nella classifica album generale australiane, tra One Direction e Taylor Swift, prima di best seller killer come P!nk, Soundgarden, Rolling Stones, Mumford & Sons, Green Day, Calvin Harris e Lana Del Rey. Questo successo enorme e imprevedibile ha attirato la label londinese Transgressive (solo 2.000 like su facebook, per ora), che pubblicherà il disco fisico il 18 febbraio 2013.
Bene, ecco il contesto. Ma questo successo enorme e imprevedibile è giustificato? Per una volta, sì. Flume shakera col suo laptop sicuramente piacione ma calibratissimo tutti i riferimenti giusti, smussa gli angoli e rende il tutto goloso, appetibile, godibile su più livelli. La sua è una piccola grande sintesi del fare musica diciamo pop a cavallo tra anni Zero e Dieci, con lo sdoganamento fashion e chart dell’indie, come ethos – e quindi in fondo come modo di produzione, come tecnica – ma anche come modo di rappresentazione, estetica, e la presa in carico dei trick commerciali e dei modi street e/o dance da parte della musica e del pubblico arty. Quella di Flume è una vera macedonia, un bignami del pop e delle produzioni elettroniche e sampledeliche ad esso legate degli ultimi anni.
C’è l’assimilazione dell’estetica wonky che rilegge l’electrofunk Ottanta con le acciaccature dell’hip hop strumentale del post-Dilla (lo stomp reggae arrancantissimo dell’iniziale Sintra: una figata, per usare un tecnicismo); c’è l’assimilazione della tradizione black (il gospel/blues di Holdin On – titolo possibile ammicco a SBTRKT – con sotto le tastiere videogame/lazer di Rustie; quello rarefatto e fantasmatico – come se il Moby di Natural Blues stesse in realtà dentro Wait for Me – di Star Eyes) e c’è ovviamente il nu-soul fumoso di The Weeknd (artista ormai influentissimo, già classico, esplicitamente tirato in ballo dai sample vocali di tutto il disco – o dal Michael Bublé slacker messo in scena da Chet Faker in Left Alone – e in particolare da un pezzo narcotico intitolato guardacaso What You Need; c’è The Weeknd, ma come forma vuota, a cui manca del tutto quella allure morbosa e torbida, in un disco invece tutto votato alla solarità e alla cantabilità leggera del pop); c’è l’hip hop del dopo Jay-Z e del dopo Kanye che unisce randagio e bambagia (On Top, Change, Ezra); c’è la leggerezza scampanellante di certo Mark Ronson artigiano dentro e industriale fuori (il piano di Warm Thoughts). E ancora: c’è la tradizione dei cantati femminili nel chorus superemotivo di Bring You Down; il trip hop più dreamy, ma al tempo del footwork, di Sleepless (con Jezzabell Doran); Stay Close liofilizza in chiave easy listening la lezione di The Weeknd, di Clams Casino e della swag crew versante pruriti chart (The Internet); Insane (con la voce di Moon Holiday), con la sua epica electro, ha tentazioni addirittura wave; More Than You Thought chiarisce definitivamente l’accostabilità di – ancora lui – Clams, via Enya, al terzomondismo ballad della Disney; Space Cadet, manco a dirlo, è la take spacey con le orecchie rivolte a FlyLo, guidata da sfarfallii di lontane tastiere siderali (vedere anche la grafica della copertina, che unisce le geometrie di label come Tokyo Dawn e Finest Ego alla kitscheria glamour di Lapalux).
Eccolo Flume: now pop da mordere al volo, forte vocazione soul che palpita sotto, tutto inzuppato di wonky e degli ultimi must tra i producer, ma il tutto addomesticato, fatto cantabile, ballabile anche, pop e basta appunto in una parola. Il mix è già inflazionatissimo, ma qui suona ancora sorprendentemente fresco, in una delle sue più compiute sintesi possibili, e prima che si smaterializzi per sempre in una cosmesi pop industriale da classifica che scivola via altro che acqua nel canale (Flume appunto), proprio come saponata da risciacquo. Facciamo attenzione eccetera, ma qui e ora, con una serie impressionante di tormentoni potenziali o effettivi cucinati ad arte, qui e ora, con una plastica di questa qualità non è proprio il caso di fare gli snobboni. Uno dei dischi del 2013 è già qui.
[Special thanks: Riccardo Zagaglia]
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