The Pogues. Un capolavoro di autenticità applicato alla canzone natalizia, “Fairytale of New York”
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Tony D'Onghia
- 25 Dicembre 2021
Di canzoni di Natale ne esistono a centinaia, ma cosa fa di una canzone natalizia qualunque un vero e proprio e duraturo classico del genere? Stando alla tradizione ormai consolidatasi da almeno un paio di centinaia d’anni, l’ambientazione è decisiva, chiaramente. Principalmente evocata da alcune parole chiave ma anche da sonorità che richiamino alla mente particolari immagini, campane e campanelline di ogni tipo in primis. Oltre a questi ingredienti fondamentali è necessario un certo tipo di narrazione ed un richiamo a buoni sentimenti, o meglio ancora, all’innocenza dell’infanzia. Dati questi presupposti una composizione come Fairytale of New York non dovrebbe costituire un buon esempio di canzone natalizia; anzi. Eppure, guardando ai numeri e alla grande popolarità che ha gradualmente acquistato nel corso del tempo, le cose non stanno proprio così.
Pubblicata per la prima volta in formato singolo il 23 novembre 1987 e successivamente inclusa anche nell’album If I Should Fall from Grace with God, Fairytale of New York è firmata da Jem Finer e Shane MacGowan, entrambi membri della band anglo-irlandese dei Pogues, con quest’ultimo anche nelle vesti di cantante in duetto con l’indimenticata Kirsty MacColl – scomparsa prematuramente e tragicamente nel 2000. Stando a quanto raccontato dagli stessi autori, la gestazione del brano è iniziata durante la loro collaborazione con Elvis Costello. Provocati da questo, che nel 1985 ricopriva il ruolo di produttore del loro secondo album e che li sfidò scommettendo che non fossero in grado di scrivere una canzone natalizia, MacGowan e compagni si misero d’impegno – anche attratti dai possibili e non trascurabili ritorni economici di un operazione simile – e per due anni lavorarono di cesello a quella che sarebbe diventata la canzone più conosciuta della loro discografia.
Varie le fonti di ispirazioni alle quali gli autori andarono ad attingere. A cominciare dal titolo, preso pari pari da un romanzo di James Patrick Donleavy, scrittore statunitense di origine irlandese, come di origine irlandese è il protagonista del suo romanzo. Un riferimento cinematografico importante fu anche il film C’era una volta in America, firmato dal nostro Sergio Leone, e che stando ai racconti era diventato una delle pellicole preferite della band. Da qui forse l’idea di ambientare la canzone in una New York d’altri tempi e di fare di due immigrati caduti in disgrazia il soggetto del racconto.
Il video è diretto dal fan ed amico della band Peter Dougherty, scomparso nel 2015 all’età di 59 anni e tra i responsabili, tra le altre cose, della creazione della serie Yo! MTV Raps ed il lancio di MTV Europe. Oltre a questo, da ricordare il suo lavoro in veste di videomaker a veicoli promozionali per i Beastie Boys.
Una traduzione per immagini poetica ed elegante la sua che riesce bene a far immergere lo spettatore nell’atmosfera del brano, in sinergia con la sceneggiatura che segue a grandi ma salienti linee la narrativa del testo. Dall’iniziale strofa che mostra il protagonista, interpretato dallo stesso MacGowan, sbattuto nella cella di una stazione di polizia – e nientemeno che da un poliziotto interpretato da Matt Dillon, altro fan dichiarato della band – a smaltire una sbornia molesta e qui ritornare con il pensiero ad un amore forse perduto per sempre, ma sicuramente non dimenticato.
Il carattere della canzone cambia da triste ballata a giga vigorosa, introducendo Kristy MacColl, la controparte del protagonista, che in pochi, sintetici (ma pregnanti) versi illustra l’ascesa e la caduta dei nostri antieroi di belle speranze in una New York scintillante ma spietata, e di conseguenza, il deteriorarsi della loro relazione e la spirale che li ha trascinati nella disperazione, e più tristemente, nella dipendenza. Il gioioso e trionfante ritornello “The boys of the NYPD choir/ Were singing ‘Galway Bay’/And the bells were ringing out/For Christmas day” viene seguito bruscamente dalla strofa più controversa della canzone, che è anche il motivo per il quale da più parti e nel corso degli anni si è ricorso a strumenti di censura nel tentativo de renderla meno offensiva.
Durante un litigio, la coppia si scambia una serie di insulti: “You’re a bum, you’re a punk” attacca Kirsty, “You’re an old slut on junk/Lying there almost dead/On a drip in that bed” biascica con crudeltà Shane mentre la protagonista rincara con “You scumbag, you maggot/You cheap lousy faggot”. È quest’ultimo termine – usato in maniera dispregiativa prevalentemente verso gli omosessuali – e la parola “slut” (peggiorativo del termine prostituta) che nel 2020 hanno spinto la BBC, nell’ennesimo tentativo di metterci una pezza, a mandare in onda una versione alternativa. Dimenticando forse che, visto nel contesto di una canzone natalizia, è il velenoso, annientante commiato “Happy Christmas, your arse/I pray God it’s our last” ad essere l’elemento narrativo più disturbante di tutti. Considerazione che avrebbe forse fatto notare a tutti i censori quanto il contesto di degrado e avvilimento, che così efficacemente e sinteticamente veniva descritto, giustificava e metteva in prospettiva tutti gli altri mezzi espressivi, per quanto volgari e poco ortodossi.
Ad ogni modo, nel 2018 – ed in particolare a commento dell’uso del termine incriminato – un risoluto MacGowan rispose: “Quella parola veniva usata dal personaggio perché si addiceva al modo di esprimersi ed al suo carattere. Non era stata pensata come una persona gentile, o una persona integra. È una donna di una certa generazione, vive in un certo periodo storico, è sfortunata e disperata. Il suo dialogo è il più accurato possibile, ma non intende offendere! Si suppone solo che sia un personaggio autentico e non tutti i personaggi nelle canzoni e nelle storie sono angeli o anche decenti e rispettabili. A volte i personaggi nelle canzoni e nelle storie devono essere malvagi o cattivi per raccontare la storia in modo efficace. Se gli ascoltatori non capiscono che stavo cercando di ritrarre accuratamente il personaggio nel modo più autentico possibile, allora mi sta bene che abbiano cancellato la parola, ma non voglio entrare in una discussione”.
A sostenere l’autore della canzone è arrivato anche il suo buon amico Nick Cave, che nel corso della corrispondenza con i fan attraverso il mailing denominato Red Hand Files si è espresso in questi termini: “Non sono in grado di commentare quanto la parola “faggot” sia offensiva per alcune persone, in particolare per i giovani. Potrebbe essere profondamente offensiva, non lo so, nel qual caso Radio 1 avrebbe dovuto prendere la decisione di bandire semplicemente la canzone, e permetterle di mantenere il suo spirito e la sua dignità”.
L’ultima strofa a tempo di valzer offre uno scorcio nei sentimenti ancora profondi che i protagonisti nutrono uno per l’altra. Un barlume di umanità, una possibilità di redenzione, non senza una dose di cinismo. Una resa dei conti tra le macerie di due esistenze distrutte. “I could have been someone” recrimina lui, “Well so could anyone / You took my dreams from me / When I first found you” è la risposta piena di amaro realismo e delusione di lei. L’ammissione finale del protagonista è il colpo di grazia, dritto al cuore: “I kept them with me babe / I put them with my own / Can’t make it all alone / I’ve built my dreams around you”. L’insolita ed articolata struttura si chiude in quattro quarti, in maniera orchestrale, in una ricca ed emozionale coda che nelle intenzioni dello stesso MacGowan, da buon sentimentale, e contrariamente a quanto voluto dal resto della band, avrebbe dovuto avere un carattere ancora più roboante.
Pur essendo una sorta di versione in negativo, o di faccia oscura della stessa medaglia, della hit New York New York – inno dell’“American Dream” esaltato dai versi di sfida “If I can make it there/I’m gonna make it anywhere” – Fairy Tale of New York non si può definire una anti-canzone natalizia vera e propria, come qualcuno è portato a pensare, fuorviato dalla sua crudezza e dal suo amaro realismo. Al contrario, grazie alla sua aderenza con la realtà, nel corso degli anni è diventato il classico delle festività per antonomasia di milioni di persone. Pur non avendo mai raggiunto la prima posizione delle classifiche UK la canzone è riuscita ad entrare tra le prime venti posizioni in diciotto occasioni, vendendo più di un milione di copie nella sola Gran Bretagna ed arrivando ad un totale di due milioni e mezzo con l’inclusione degli streaming.
È il paradosso rappresentato anche da canzoni quali I’ll Be Home for Christmas, composta nel 1943 pensando ai soldati statunitensi impegnati nel secondo conflitto mondiale ed alla nostalgia di casa da essi provata, o Have Yourself a Merry Little Christmas, pubblicata nello stesso anno ed anch’essa, tra le righe, carica di solitudine e malinconia. Arrivando fino a tempi più recenti, a classici moderni come Last Christmas o All I Want for Christmas Is You, che al di là della loro stridente facciata – a loro difesa, tipica caratteristica dell’era nella quale sono state prodotte – nascondono anche una certa dose di malcelata tristezza. Ma sono proprio le luci e le ombre che cosi sapientemente i Pogues hanno saputo tratteggiare e dosare che rendono la loro una delle più belle canzoni natalizie, nonché una delle più belle di sempre, in senso assoluto.
In un intervista di metà anni ottanta al Melody Maker ed intitolata All I Want for Christmas Is My Two Front Teeth – in onore della sua iconica dentatura, non proprio hollywoodiana – MacGowan molto più modestamente notava “..Ma la canzone stessa è piuttosto deprimente alla fine, parla di queste vecchie star irlandesi-americane di Broadway che sono sedute insieme a Natale a chiedersi se le cose stanno andando bene”.
Fingendo di non sapere che, in realtà, era di un capolavoro di autenticità e profondità applicato alla forma canzone di genere natalizio cui stava parlando.
