L’uccisione sonora di Babbo Natale

Era Natale. Attraversavo la vasta pianura. La neve era come vetro. Faceva freddo. L’aria era morta. Non un movimento, non un suono. L’orizzonte era circolare. Nero il cielo. Morte le stelle. Sepolta ieri la luna. Non sorto il sole. Gridai. Non mi udii. Gridai ancora. Vidi un corpo disteso sulla neve. Era Gesù Bambino. Bianche e rigide le membra. L’aureola un giallo disco gelato. Presi il bambino in mano. Gli mossi su e giù le braccia. Gli sollevai le palpebre. Non aveva occhi. Io avevo fame. Mangiai l’aureola. Sapeva di pane raffermo. Gli staccai la testa con un morso. Marzapane stantio. Proseguii. — Friedrich Dürrenmatt, Natale (1942)

In rappresentanza di tutte le famiglie cristiane della parrocchia desiderose di lottare contro la menzogna, 250 bambini, raggruppati davanti alla porta principale della cattedrale di Digione, hanno bruciato Babbo Natale. Non si è trattato di un’attrazione, ma di un gesto simbolico. Babbo Natale è stato sacrificato in olocausto. A dire il vero, la menzogna non può risvegliare nel bambino il sentimento religioso e non è in nessun caso un metodo educativo. Che gli altri scrivano e dicano ciò che vogliono e facciano di Babbo Natale il contrappeso del Castigamatti. Per noi cristiani la festa del Natale deve rimanere la ricorrenza che celebra la nascita del Salvatore. — Da un articolo pubblicato sul quotidiano “France Soir” durante le festività natalizie del 1951, citato in: Claude Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato (1952)

Merry Christmas darling / We’re apart that’s true / But I can dream and in my dreams / I’m Christmas–ing with you. / Merry Christmas darling. — The Carpenters (1970), Albanopower (2009)

ADVISORY / This music may cause / extreme happiness, big smiles and / feelings of euphoria / for extended periods. — Adesivo sulla copertina del disco: John Zorn, A Dreamers Christmas (2011)

Caro Babbo Natale,
ti scrivo così mi distraggo un po’. E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò. Lo scorso Natale ti ho dato il mio cuore. Vorrei fare lo stesso anche adesso. Tutti pensano che sono cattivo, ma con te mi confido. Quest’anno è ancora tutto diverso. Si esce poco la sera, compreso quando è festa. E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra. Manco fossimo in guerra. Ma lo sanno che è Natale? Quest’anno non voglio il solito regalo (riesci a portarli quest’anno, i regali?). Vorrei solo una cosa: delle canzoni diverse, non le solite nenie, per farmi compagnia. In questo fine d’anno strano. Questo vorrei. E un abbraccio.
Ciao, Franti

Caro Franti,
alcuni non hanno ben capito cosa volesse dire esattamente un vecchio detto cinese. Hanno espresso il desiderio di vivere in tempi interessanti. Ed eccoli accontentati. Che ti devo dire. La gente è strana. È un anno strano, sì. Un anno durato due. È strano anche questo Natale. Di solito sono io che porto i regali (riesco anche quest’anno, stai tranquillo: il Green Pass ce l’ho), ma stavolta ne ho ricevuti anch’io, me li hanno spediti a casa, da tutto il mondo. Anche Amazon usa gli elfi, sai. Mi hanno mandato un sacco — un sacco vero — di libri (alcuni coperti di polvere, altri incartapecoriti per l’umidità) e, stando tutto il tempo chiuso qui davanti al camino, ho finito per farmi una cultura su tante cose. Lo sai che c’è un tizio che ha scritto tante cose belle su un bambino che si chiama proprio come te? Che strano. Per quanto riguarda le canzoni: ti allego una playlist — la chiamano così i tuoi coetanei — che ho creato, devi solo inquadrare questa specie di geroglifico che sta qui sotto con un telefonino. Ma questo lo sai meglio di me. Ti mando anche un abbraccio, come mi hai chiesto.
Tuo, Babbo

Ps. Andrà tutto bene, ne sono sicuro. Tu hai fatto il bravo quest’anno a scuola con la DaD?  *<:-)

 

 

Il sacro e il blasfemo

Che il senso sia dia sempre per relazione e differenza ce lo insegna la linguistica: tra “pane” e “cane” la differenza è grossa (il primo lo mangiamo e non ha zampe, il secondo no e di zampe ne ha quattro, e ha pure una coda), ma passa solo per una minima differenza, un singolo suono. Non è necessario, però, appellarsi alla fonologia per comprendere questo meccanismo, perché si tratta di qualcosa che sperimentiamo nella quotidianità e comprendiamo intuitivamente. Non abbiamo nero senza bianco, silenzio senza rumore. E non si dà sacro senza — non profano ma — blasfemo: una delle primissime rappresentazioni note di Gesù Cristo, anzi, forse la primissima, parrebbe proprio esserne un rovesciamento sarcastico e satirico; il cosiddetto graffito di Alessameno o del Palatino (350 c.ca), in cui è raffigurato un giovane che sembra indicare, salutare o pregare un asino crocifisso, dalle sembianze falliformi. Il testo “al secondo grado”, l’ipertesto, direbbe Gérard Genette (Palinsesti, 1982), presuppone la conoscenza del testo originale, l’ipotesto, su cui parassitariamente si innesta. Per capire il graffito, e riderne, o indignarsi dinanzi a esso, è necessario conoscere il fenomeno a cui si riferisce, ciò che mette, di sbieco, tra virgolette.

In questa prospettiva, riprendendo la celebre definizione–boutade di Umberto Eco (dal Trattato di semiotica generale, 1975), la scienza del “farsi segno delle cose” non è solo lo studio di tutto ciò che può essere impiegato per mentire (perché mentire è un’operazione più complessa, rispetto al dire la verità, e include il predicare su ciò che non esiste, e quindi tutta la testualità finzionale), ma anche lo studio di tutto ciò che può essere considerato un testo secondo, rielaborazione dell’esistente. Piacerebbe, forse, pure a Jurij Lotman, altro semiologo, questa idea della semiotica come “disciplina del rifacimento”: non degli “originali”, ma delle “copie”.

Ecco, se la parodia, come ricordava spesso sempre Eco, rappresenta una delle chiavi privilegiate di accesso al senso delle cose in seno a una data cultura (perché vi si ritrovano accentuati, messi come sotto una lente d’ingrandimento, i tratti più appariscenti e distintivi del fenomeno a cui rimanda), un buon modo per approcciare il senso di quel genere trasversale che è la musica, e più precisamente la canzone, natalizia può essere investigarne il rovesciamento: la musica, la canzone anti–natalizia. Che è spesso anche — intuiamo, postuliamo, per il momento — un’anti–musica, un’anti–canzone. Nel ribaltare, cioè, la semantica, quantomeno musicale e sonora, del Natale (mirando a farne andare a gambe all’aria anche la pragmatica) si va a scompaginare anche la sintassi della forma–canzone, il suo stile: perché per agire sul piano del contenuto dobbiamo passare anche da quello dell’espressione.

Il Natale è il suo doppio

Sappiamo che non si dà sacro senza blasfemo; ma le due cose possono anche congiungersi, in virtù di quella coincidentia oppositorum propugnata da pensatori “di confine” come Nicolò Cusano, Giordano Bruno, Georges Bataille (un altro piuttosto fissato con il potere euristico della parodia) e che i semiologi definiscono parlando di “termine complesso”. Così, se il peccatore è a suo modo un santo, la foto di un crocifisso immerso in un misto di sangue e urina (Piss Christ di Andres Serrano, 1987) può essere, a modo suo, arte sacra.

Alcuni tra i più classici racconti di Natale sono tali proprio perché tematizzano l’anti–natalizio, partono da esso come condizione incombente, che scompagina lo status quo, facendoci intuire come sarebbe il mondo senza Natale o, meglio, come sarebbe il mondo depredato del Natale (non un mondo in cui il Natale non sia mai esistito, ma un mondo da cui a un certo punto sia stato cancellato). Canto di Natale di Charles Dickens (1843) è tutto un lungo incubo escatologico, che mostra cosa accadrebbe qualora il protagonista si ostini a rifiutare il Natale (il Natale in quanto segno, rinvio a un universo di valori che non sono esclusivamente natalizi). La vita è meravigliosa (1946) di Philip Van Doren Stern e Frank Capra racconta del senso del Natale — e della vita — ma passando prima dal suicidio del suo protagonista, che si scopre in bancarotta la notte della Vigilia. Miracolo sulla 34a strada di Valentine Davies e George Seaton (1947) prova a mettere Babbo Natale, tacciato di essere un mistificatore, dietro le sbarre. Il Grinch di Dr. Seuss (1957) è un mostriciattolo che riesce in effetti a rubarlo, il Natale (preconizzando i Gremlins di Chris Columbus e Joe Dante, 1984). In questa prospettiva Nightmare before Christmas (1993) di Tim Burton e Henry Selick si rivela un racconto natalizio perfettamente tradizionale; con la sola differenza che la negatività anti–natalizia, altrove camuffata, viene qui messa allo scoperto e in evidenza, figurativizzata.

Insomma, un po’ come accade per qualsiasi cosa, capiamo davvero il senso, il valore del Natale solo quando è messo più o meno esplicitamente in discussione e in pericolo. Del resto, lo abbiamo detto: il Natale si porta sempre appresso il suo contrario; proprio come San Nicola i suoi Krampus. Qualcosa del genere accade anche in musica; quello che segue ne è un primo, timidissimo e parziale carotaggio.

 

 

Il (meta)genere natalizio

Quelli che oggi possiamo considerare i progenitori dei canti e delle canzoni di Natale sono documentati almeno dal Medioevo. Ma i traditionals che cantiamo ancora oggi risalgono in genere a non più di 200 anni fa, forti della capacità di sopravvivere ai rigori controriformisti che li volevano frivoli e che, in Inghilterra, li bandirono dalle chiese per secoli, fino alla fine dell’Ottocento. La musica “del Natale” si dà come musica di ispirazione sacra e collocazione propriamente liturgica, in ambito eurocolto, da Arcangelo Corelli (Concerto grosso fatto per la notte di Natale, 1690) fino a Benjamin Britten (A ceremony of carols, 1942) e oltre; e se, da una parte, i canti di Natale hanno sicuramente una identità loro propria, una loro specificità (che li colloca pienamente in quel genere/non–genere che è la “musica tradizionale”), dall’altra, le canzoni natalizie appaiono invece trasversali agli altri generi, essendo quella natalizia una musica sì individuata da tratti formali e stilistici, ma soprattutto da valori funzionali: Wikipedia riporta l’esistenza di una “adopted Christmas music”, una musica

che viene in qualche modo associata alle festività natalizie, ma che è stata mutuata da opere originariamente composte per altri scopi. Molte melodie adottate nel canone natalizio non hanno alcuna connotazione natalizia. Alcune sono state composte per celebrare altre festività e gradualmente sono arrivate a coprire il periodo natalizio. (“Christmas music”, Wikipedia)

È questo il caso di Joy to the world (1719), una canzone a tema escatologico, dell’Ave Maria di Schubert nella versione di Perry Como (1968), di Hallelujah di Leonard Cohen in quella delle star youtubeane del genere a cappella Pentatonix (2016). Ma anche della canzone del Pinocchio disneyano When you wish upon a star (1940). Erano nate con altri scopi; sono diventate canzoni di Natale: canzoni (d)a Natale. Di questo passo, però, procedendo centrifugamente con criteri enciclopedici (nel senso di Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, 1984) e pragmatici, rischiamo di annettere alla musica di Natale potenzialmente tutta la musica; o per lo meno tutta la musica la cui pubblicazione, la cui reificazione fonografica, e la cui fruizione finiscano per ricadere sotto il periodo e sotto gli abiti di Natale. Specialmente se la interpretano Bing Crosby, Mariah Carey o Michael Bublé.

Ma è necessariamente natalizia una canzone che parla del Natale, e che magari lo fa fin dal titolo con cui si presenta; basta questo per definire “natalizia” una canzone? O non è forse, in fondo, intimamente natalizia ogni canzone che parli di buoni sentimenti? Specialmente se vi sentiamo dentro il suono di campanellini e carillon? Un piccolo grande cinetormentone internettiano — tra gli altri, ne parla Nostalgia Critic — problematizza proprio questo aspetto ambiguo del genere “di Natale”, in ambito cinematografico: Die Hard (1988), il primo film della saga action di John McClane/Bruce Willis, sarebbe un film natalizio, dato che la vicenda si svolge la notte di Natale (ma potrebbe svolgersi anche, va notato, in qualsiasi altro periodo dell’anno; o, quantomeno, durante qualsiasi altro momento che comporti la chiusura momentanea, festiva o feriale, della Nakatomi Corporation).

Happy Xmas (1971) di John Lennon non è forse una canzone di protesta o una canzone pacifista (il che è lo stesso) ancor più che una canzone natalizia, come del resto denuncia il sottotitolo, posto tra parentesi (War is over)? Wonderful Christmastime è un singolo pubblicato nel novembre 1979 da un altro ex–Beatle, Paul McCartney: si tratta di uno scampanellantissimo (“The choir of children sing their song / They practiced all year long / Ding dong, ding dong”) brano synth pop, poi disco d’oro in Danimarca, dal testo piuttosto tradizionale in termini di “natalosità” (“The moon is right / The spirits up / We’re here tonight / And that’s enough / Simply having a wonderful Christmastime”); il suo lato B è invece una strumentale che esplicita il proprio genere di afferenza fin dal titolo, Rudolph the red–nosed reggae. Ecco, anche canzoni di Natale obliquamente atipiche come queste presentano comunque alcuni crismi del genere, particolarmente sotto il profilo melodico e timbrico. Quello natalizio è uno stile, immediatamente riconoscibile, tutto sommato facilissimo da mimare. E il passo dalla cristallizzazione delle forme alla loro replicazione automatica è breve: il 4 novembre 2018 va in onda l’episodio dei Simpson Baby you can’t drive my car, in cui, tra le altre cose, si immagina un’app che, grazie a un’intelligenza artificiale, riesce a creare una perfetta canzone natalizia artificiale. Cosa questa effettivamente accaduta appena poche settimane dopo, per mano dell’azienda specializzata “Made by AI”, con sede a Stoccolma; le cinque tracce–esempio pubblicate su Soundcloud, prodotte da un’intelligenza artificiale che ha “imparato” lo stile natalizio grazie a un rete neurale nutrita, allenata da centinaia di esempi, sembrano una fusione tra certo minimalismo à la Steve Reich, un brano della Penguin Cafe Orchestra e il modo in cui un bimbo molto piccolo suonerebbe uno xilofono finendo con l’auto–ipnotizzarsi.

Quello natalizio è uno stile — al cui cuore stanno alcuni suoni, al cui cuore stanno alcuni valori, temi, figure — che invita all’esercizio di stile. Nella sua duplice accezione possibile: mi esercito nel genere natalizio e piego, quindi, il mio stile personale a questo scopo o, al contrario, piego questo genere al mio stile personale. Il primo caso è, per esempio (nel senso che gli esempi sono innumerevoli e qui ne citiamo giusto una manciata), quello della Thanks for Christmas (1983) pubblicata a nome The Three Wise Man dagli XTC (band non nuova a operazione camouflage di questo tipo, si veda l’epopea dei Dukes of Stratosphear) [Nota 1]. O del disco di versioni di classici natalizi, con un paio di brani composti ad hoc, A Dreamers Christmas (2011), realizzato da John Zorn con il consueto ensemble di musicisti di fiducia e Mike Patton alla voce (si tratta, peraltro, quasi certamente del primo disco nella produzione del proteiforme musicista newyorchese a includere brani cantati in lingua inglese). Il secondo caso — il genere che si piega allo stile — è, per esempio, quello di John Fahey (1939–2001), il più grande chitarrista acustico statunitense, che nel 1968 pubblica The new possibility, disco con cui rilegge 14 brani tradizionali magnificando il proprio stile e il proprio tocco unici; finendo, di fatto, per diluire, annegare i celebri temi natalizi tra infinite variazioni e divagazioni. È il caso anche di Tom Waits, che con Christmas card from a hooker in Minneapolis (da Blue valentine, 1978) propone una delle sue caratteristiche, fumose ballad pianistiche, al servizio dell’ennesima storia di sconfitti dalla vita, raccontata dalla sua voce arrochita (una prostituta finita in carcere scrive all’“amico” Charlie, spiegando come la sua vita abbia finalmente preso una piega positiva, salvo confessare in chiusura dove ella si trovi realmente e, soprattutto, che ha disperato bisogno di denaro).

È il caso di Bob Dylan, nato ebreo e convertitosi al cristianesimo evangelico a fine anni Settanta, che nel 2009, a ottobre, pubblica Christmas in the heart, disco realizzato a scopo di beneficenza interamente costituito da traditional natalizi riarrangiatati in chiave old time music/Americana (decisamente a rischio — qualora l’ascoltatore non conosca la storia esterna ai testi — di sembrare un’operazione parodica). Possiamo citare ancora, almeno: la Silent night virata Kraut dalla band simbolo del genere, i Can (1976); la Jingle bells trasformata da Esquivel in uno dei suoi caratteristici brani exotica (da Merry Xmas from the space–age bachelor pad, 1996); The little drummer boy, versione slowcore per i Low (1999), hard rock nientemeno che per l’attore novantenne Christopher Lee (2012), radicalmente ripensata e rigirata come un calzino in chiave slacker/elettronica — e a tema Hanukkah! — da Beck (The little drum machine boy, 1996). Sul fronte delle composizioni originali, possiamo ricordare (sempre per quanto riguarda l’esercizio di stile inteso come genere natalizio piegato allo stile personale del musicista): il soul identitario di Santa Claus is a black man (1973), interpretato da Teddy Vann assieme alla figlia Akim; la programmatica Thank God it’s not Christmas, inclusa in uno dei dischi–manifesto dell’art rock tutto enfasi e falsetto degli Sparks, Kimono my house (1974); la quadriglia punktronica di Merry Crassmass (1981) dei Crass; la Christmas unicorn supercorny e supercamp di Sufjan Stevens (dal box set tutto natalizio Silver & gold, 2012). Fairytale of New York dei Pogues (1987) è un esercizio di stile realizzato addirittura su commissione: Elvis Costello scommise che Shane MacGowan, il leader della band, non sarebbe mai stato capace di scrivere una hit natalizia. E perse.

Un po’ come si dice per il porno: se qualcosa esiste, ne hanno già fatto anche la versione natalizia. Il meta-genere natalizio si trasforma in sotto–genere, nella valorizzazione dei suoi aspetti più curiosi, dei suoi esiti più sorprendenti, divertenti, o semplicemente “strani”: perché effettivamente fa strano vedere musicisti hip hop abbinare — cosmeticamente? — alla forma del contenuto che è loro più consona la forma dell’espressione della sonosfera natalizia (Christmas in Hollis dei RUN DMC, 1987; Santa Claus goes straight to the ghetto di Snoop Dogg, 1996). Il Natale weird è un dipartimento specializzato ma comunque perfettamente integrato all’interno del sistema: un Natale SF e robotico in salsa Star Wars (Sleigh ride, “cantata” da C–3PO e R2–D2, dall’album Christmas in the stars, 1980); il Natale sperticatamente — grottescamente — modernista di Max Headroom (Merry Christmas Santa Claus (You’re a lovely guy), 1986); quello psichedelicamente siderale, che vuole la trascendenza del divino come proiezione da un mondo altro, di Chris de Burgh (A spaceman came a–travelling, 1986); quello sempre psichedelico ma tutto fuorché salvifico, e anzi divertitamente disfunzionale, di Dent May (I’ll be stoned for Christmas, 2014). Fino ad arrivare a cose come le gag MobXmas di un Joe Pesci al top del suo trip post–Goodfellas (If it doesn’t snow on Christmas, 1998).

 

Sotto l’albero, il cringe

La canzone di Natale deve portare “gioia nel mondo”, certo. Ma spesso finisce per muovere alle lacrime. Soprattutto quando la sostanza natalizia viene presa in carico dalla forma-canzone pop che le si disegna addosso in tutta la sua melodrammaticità, pateticità. Un esempio scelto tra i brani preferiti (visto che in questa sede è impossibile puntare all’esaustività): Merry Christmas darling dei Carpenters, pubblicata il 22 novembre 1970, racconta di un Natale di coppia (una coppia in essere o che potrebbe esserlo) vissuto a distanza, e rivela che la vera festa, che sia Natale oppure no, è potersi ritrovare con la persona amata. Lo stesso discorso vale per lo strumentale Merry Christmas mr. Lawrence (1983), scritto da Ryuichi Sakamoto come main theme per il film eponimo, noto anche come Furyo, diretto da Nagisa Ōshima (e interpretato dallo stesso compositore), brano intriso di pathos che Wikipedia rubrica alle voci synth pop, new age e world music (probabilmente per la melodia orientaleggiante). Il suo gemello omozigote, ossia la sua versione vocale, rititolata Forbidden colours e cantata da David Sylvian dei Japan, pubblicata sempre nel 1983, non fa, però, alcuna menzione al Natale (e nelle liriche allude — non alla nascita ma — alla morte di Cristo: “the blood of Christ”). A Natale si deve sorridere. Ma si deve soprattutto piangere.

Non si contano le canzoni di Natale, rientriamo nel novero delle migliaia; né si contano le liste che selezionano e chiosano quelle migliori. Ma abbondano pure le liste di quelle variamente definite come creepy, wackiest, darkest, messed up, disturbing. Canzoni di Natale più o meno classiche, che conosciamo tutti e che tutti in tutto il mondo hanno cantato e cantano, e che pure presentano passaggi testuali, nelle liriche, nelle storie che raccontano, che oggigiorno non possono non farci storcere il naso, comunicarci una qualche sensazione di inquietudine o disagio. In una parola, canzoni di Natale che — a ben sentire, a ben pensare — sono: cringe.

In un mondo in cui è noto come una sad music makes me happy e in cui la pragmatica dell’ascolto e la concreta fruizione musicale sovrascrivono del tutto la semantica dei testi cantati, per cui un brano crudo come Walk on the wild side (Lou Reed, 1972), uno morboso come Every breath you take (The Police, 1983) o uno disperato come il già citato Hallelujah (Leonard Cohen, 1984) diventano sinonimo di canzone d’amore e colonne sonore per pubblicità, non deve stupire troppo che si mangi il panettone o si scartino i regali con in sottofondo storie tristissime, anche se magari perfettamente infiocchettate da avvolgenti voci da crooner. La classicissima Santa Claus is comin’ to town di J. Fred Coots e Haven Gillespie, pubblicata per la prima volta nel 1934, è in pratica un estote parati che vede Babbo Natale nelle vesti di dio minore spione o vero e proprio stalker. I’ll be home for Christmas, cantata per la prima volta nel 1943 da Bing Crosby, è la lettera di un soldato dal fronte, intrisa di frustrazione e nostalgia. Baby it’s cold outside, smash hit del 1949 firmata da Frank Lesser e interpretata da praticamente chiunque sia stato capace di tenere un microfono in mano nella storia del pop, ci presenta — involontariamente, certo — uno spaccato della condizione femminile dell’epoca, tra accondiscendenza, compiacenza e sottomissione; legittimando de facto una possibile violenza, benché romanticizzata, o quello che oggi viene definito rape date: c’è una donna che non vorrebbe — ma che si sente costretta dalle circostanze — a concedersi a un uomo. In un brano soffertamente autobiografico di John Denver abbiamo un bimbo di 7 anni che implora Please daddy, don’t get drunk this Christmas (1973). Do they know it’s Christmas?, del collettivo Band Aid guidato da Bob Geldof e Midge Ure (1984), prototipo di una “charity music” che dal mondo dei concerti si andrà spostando sempre più verso quello discografico (e che l’anno successivo esploderà definitivamente con la We are the world di USA for Africa), include un verso nel tempo divenuto proverbialmente controverso: è uno dei passaggi cantati da Bono degli U2, che recita “Well tonight thank God it’s them / Instead of you”. Meglio a te che a me. Ma comunque: Buon Natale.

La canzone anti–natalizia

Se si hanno come totem polemici il materialismo della società dei consumi, la famiglia borghese con i suoi valori ingessati o la religione cristiana con il suo dogmatismo e la sua pruderie, un oggetto perfetto su cui affinare e affilare la propria vis critica è proprio il Natale. È questo il senso della parodia e della satira messe in scena da tanti fra coloro che hanno proposto una loro musica anti–natalizia. Alcuni generi (punk e metal in testa) [Nota 2] e alcuni artisti in particolare (che a vario titolo possiamo definire “alternativi”) si sono fatti portavoce d’elezione di questa battaglia, che sotto l’albero intende lasciare non regali ma ciocchi di carbone sonori.

Abbiamo così un repertorio di canzoni anti–natalizie che fanno ormai genere a sé. Esattamente come esiste una comedy music trasversale alla musica che, di conseguenza, dovrebbe essere se non “seriosa” quantomeno “seria”. Il ragionamento si fonda sull’idea che dietro a un genere vi sia una vera e propria forma di vita; cosicché la coerenza rispetto a una data condotta musicale può assumere un valore euristico, esplorativo, predittivo addirittura. Non stupisce, insomma, che i Monty Python concludano il loro The meaning of life (1983) con un segmento musicale easy listening — si noti particolarmente il trattamento Muzak della sezione ritmica — ambientato nella sala concerto di un hotel in stile Las Vegas: uno pseudo–Tony Bennett canta Christmas in Heaven, mentre la sfarzosa coreografia da varietà si popola di un brulicante corpo di ballo fintamente seminudo:

It’s Christmas in Heaven / There’s great films on TV / The sound of music twice an hour / And Jaws I, II and III / There’s gifts for all the family / There’s toiletries and trains / There’s Sony walkman headphone sets / And the latest video games!

Personalmente, invece, non sapevo che gli Squallor avessero dedicato una delle loro abrasive parodie al Natale. Ho però immaginato che avessero potuto farlo, perché una cosa del genere aveva senso: mi è bastato googleare “Squallor natale” per scoprire l’esistenza di Nataloff (da CambiaMento, 1994, ultimo disco del progetto). Tipicissimo spoken word nel loro stile, condotto dalla voce inconfondibile di Alfredo Cerruti (1942–2020), che, sotto un tappeto di archi e una chitarra (ora pizzicata, ora mandolinata), presenta la solita storia assurda (stavolta calata nel clima di Mani Pulite); il tutto puntellato da scampanellamenti vari e da un inserto di flauto “meta–” (nel senso che vi si fa riferimento nello stesso testo della canzone/narrazione: “Sì, è tornato il… ‘o flautista / Hai rovinato il pezzo…”).

Assai più bonaria è la parodia — si potrebbe dire stravinskijana (se non avessimo a che fare con dei riferimenti prokof’eviani e čajkovskijani) — del “racconto natalizio edificante” proposta da Elio e Le Storie Tese in Natale in casa Wizzent (da The los Sri Lanka Parakramabahu brothers, 1990); sorta di Pierino e il lupo per voce e piano ambientato a Praticillo Piranha, paesino immaginario di una Monza–Brianza fiabescamente trasfigurata. La produzione della band milanese a tema natalizio è cospicua (tanto da necessitare di un’intera antologia dedicata, Tutte le belle canzoni di Natale; inclusa nel cofanetto Odorosi, 2016), nonché zeppa di invenzioni di questo tipo (ne riparliamo nel prossimo paragrafo).

Christmas at ground zero (da Polka Party!, 1986), una satira delle canzone natalizia orecchiabile e iperprodotta in stile Phil Spector, come tutti i brani di Weird Al Yankovic è parodica per quanto riguarda la liriche, mentre risulta del tutto mimetica per la parte squisitamente strumentale; su YouTube qualcuno l’ha acconciamente definita “la più grande canzone di Natale di sempre sul tema della guerra termonucleare”. Vale lo stesso per Dick in a box dei Lonely Island: video–sketch per la serie Digital shorts del Saturday Night Live andato in onda il 16 dicembre 2006, in cui Andy Samberg e Justin Timberlake, nei panni di due rapper tamarri, spiegano quale sia, a loro modo di vedere, il regalo ideale da recapitare alla fidanzata per Natale, rappando su una credibilissima base hip hop soul.

Lo slancio anti–natalizio si concentra spesso e volentieri sulla figura che, ancor più dell’albero, rappresenta il vero simbolo condiviso di questa festa: Babbo Natale. Ciò è evidente se si guarda, anche superficialmente, all’iconografia del cinema anti–natalizio; in cui il barbuto, panciuto portaregali erede di San Nicola finisce per diventare un mostro o, nel migliore dei casi, un rabberciato antieroe. Quello ritratto nel brano funk–soul di Clarence Carter Back door Santa (1968) è a tutti gli effetti un Babbo Bastardo: perfetto oggetto del desiderio tanto per le più placide casalinghe (I saw mommy kissing Santa Claus di Jimmy Boyd, 1952), quanto per le più maliarde femmes fatales (Santa baby, cantata da Eartha Kitt nel 1953). I punk Vandals lo gridano forte e chiaro: I don’t believe in Santa Claus (da Oi to the world!, 1996). L’inquietante Tiny Tim (il cui stage name è preso proprio dal Canto di Natale di Dickens) suona il suo ukulele e ci dà la triste notizia: Santa Claus (has got the AIDS this year) (1985).

Qualche volta Babbo Natale le dà: i The Killers sono costretti a implorare Don’t shoot me Santa (2007). Nella novelty song Grandma got run over by a reindeer, di Elmo e Patsy Trigg (1979), la slitta guidata dalle renne finisce per mettere sotto la nonna (e il nonno, per fortuna, la prende sorprendentemente bene, consolandosi con giri di birra e partite di canasta). Ma in genere Babbo Natale le prende, e anche sonoramente: Brenda Lee lo accalappia come un capo da bestiame, in I’m gonna lasso Santa Claus (1956); i bambini del centro commerciale lo menano brutalmente perché vogliono soldi e non giocattoli, in Father Christmas dei Kinks (1977); in Millie pulled a pistol on Santa, dei De La Soul (da De La Soul is dead, 1991), una figlia trova finalmente il coraggio di affrontare — pistola alla mano — il padre molestatore, lui travestito da Babbo Natale perché sta dando una mano in parrocchia, per ripulirsi la coscienza.

Ma il Babbo Natale più memorabile, tra quelli che se la passano peggio, è quello di Francesco De Gregori. Su un semplice arpeggio di chitarra folk, a tratti indugiando in una prosodia saliscendi che sa di nenia da pastore, il cantautore romano costruisce una delle sue poetiche storie (para)nonsense, il cui picco è proprio L’uccisione di Babbo Natale (dall’album Buffalo Bill, 1976):

Infatti arriva Babbo Nataaale / Carico di ferro e carbooone / Il figlio del figlio dei fiori looo uccide / Con un coltello e con un bastone. / E Dolly gli pulisce le maaani / Con una fetta di paaane / Le nuvole passano dietro la luna / E da lontano sta abbaiando un cane. / E la neve comincia a cadeeere / La neve che cadeva sul praaato / E in pochi minuti si sparse la voce / Che Babbo Natale era stato ammazzato.

Babbo Natale di mezzo o meno, anche Lucio Dalla (1943–2012) sembra sempre sottilmente inquieto quando elicita lo spirito natalizio, spettro che segnala sventure in atto o che è foriero di quelle di là da venire: dalla desolazione de Il cucciolo Alfredo (da Com’è profondo il mare, 1977; “Nemmeno Natale è una sera normale / Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra”) allo scenario prima distopico, poi faticosamente palingenetico de L’anno che verrà (da Lucio Dalla, 1979).

L’anti–canzone natalizia

Tra i brani natalizi più memorabili realizzati da Elio e Le Storie Tese, ma non inseriti nella raccolta sopracitata (forse proprio a causa della sua “stranezza”), spicca Agnello medley (anch’esso originariamente in The los Sri Lanka…). Come suggerisce il titolo, si tratta di un medley di classici natalizi, Bianco Natale, Astro del ciel, Tu scendi dalle stelle, sgraziatamente cantati da Elio e dai due “fratelli cingalesi” sopra un’intricata, spigolosa base basso e batteria funk/fusion. Fino al parossistico finale, una versione accelerata, col fiatone, di Jingle bells, cantata in italiano.

I misteriosi Residents, collettivo statunitense anonimo e mascherato, avviano la propria carriera discografica in maniera programmatica: il primo disco ufficiale è il mini–album Santa dog (qualcosa come Cane Natale o Babbo Canale), pubblicato il 20 dicembre 1972 e regalato per posta a 300 tra figure amiche (Frank Zappa) e nemiche (Richard Nixon). Il titolo sembrerebbe ispirato dalla frase palindroma “A Santa dog lived as a devil god at NASA” ed è l’anagramma di “Satan god”. I quattro brevi brani del disco si susseguono senza soluzione di continuità, a disegnare una sorta di mini–suite di pop music grottescamente deformata; fissando immediatamente lo stile che sarà peculiare dell’ensemble fino a oggi: voci alterate, percussioni tribali, suoni elettronici, atmosfere claustrofobiche. Il testo dell’iniziale Fire, attribuito alla fantomatica band Ivory and The brain eaters, recita:

Santa Dog’s a Jesus Fetus / Has no presents / In the future. / A fleeting and a sleeting scene of snowness and of sleeves. / A fleeting and a greeting scene of effervescent eves. / Greeting and a meeting team of hoarse and frosty words. / A greeting and a cheating team and other noxious herbs. / Bing, Bing, Bing, Bong, Bong, Bong, Other noxious herbs.

Occasionalmente impegnata in una satira al vetriolo del discorso religioso di matrice ebraico–cristiana (God in three persons, 1988), la band aveva già stuzzicato lo spirito natalizio nel demo con cui nel 1971 si era proposta, senza successo, alla Warner Bros. (i 30 secondi dello schizzo percussivo Christmas morning foto [sic]) [Nota 3] e si è più volte dedicata alla ricalcatura del Natale (vedere l’incubo robotico Dumbo the clown (who loved Christmas), inserito come bonus track nell’edizione 1987 dell’album Eskimo). Ma i Residents sono in fondo dei sentimentali: ogni sei anni tornano sul luogo del delitto e ripubblicano il loro Santa dog in una versione completamente rimaneggiata (l’ultima, al momento, risale al 2017).

Christmas with Satan di James White (poi noto come James Chance), incluso nella versione 1982 dell’antologia A Christmas record (raccolta di brani natalizi scritti appositamente da alcune delle band più sperimentali della scena newyorkese dell’epoca), è uno dei possibili manifesti di quella canzone anti–natalizia che, per sentirsi pienamente tale, si propone anche e soprattutto come anti–canzone. Il pezzo, che la critica si è divertita a definire un “droll, blasphemous, nearly tuneless piece of skronk”, utilizza una tecnica compositiva resa popolare dal compositore classico Charles Ives, la sovrapposizione/scontro di diversi temi musicali: sotto una base funk–punk strapazzata, tipica dell’approccio no–wave, sentiamo affiorare a tratti i temi di alcuni traditional natalizi, esposti dai fiati (il primo nell’ordine è Santa Claus is comin’ to town). Sopra questo tappeto musicale, White sbraita di un uomo depresso (“Last Christmas Eve I didn’t feel too jolly”) che si butta dalla finestra e incontra Satana, con cui si appresta a festeggiare in modo acconciamente sinistro (“We’re getting down with Satan / We’re full of Christmas cheer / There’s no angels or wise man / And certainly no virgins / This Christmas cannot be made white / By any known detergent”).

Un altro manifesto possibile di queste tendenze “contro–”, sbruffonescamente anti–sistemiche, scapestratamente auto–sabotatrici, potrebbe essere il singolo natalizio, pubblicato in modalità semi–carbonare nel 1986, della band punk/sperimentale statunitense Culturcide: Santa Claus was my lover è uno sgangherato karaoke a tema su una base rubata — proprio nel senso che il sample è stato utilizzato senza richiedere i permessi del caso — da Billie Jean di Michael Jackson.

Frank Zappa (1940–1993) è considerato uno dei padri della controcultura americana, della parodia e del post–modernismo musicali. Xmas values (da Civilization phaze III, pubblicato nel 1994) è un tetro bozzetto atonale per Synclavier (un tipo di campionatore) costruito secondo la tecnica dell’hocketing (una melodia viene eseguita da voci — singoli suoni, accordi, strumenti di famiglie diverse ecc. — che si alternano, dando l’effetto di spezzettarla senza però effettivamente interromperne l’esposizione). Un passaggio dall’autobiografia del musicista (The real Frank Zappa book, 1989, pp. 252–253) sembra poter fungere quasi da para e metatesto di questo brano strumentale, esplicitando, se mai ce ne fosse bisogno, l’atteggiamento del compositore verso gli usi e i “valori natalizi”:

Thanksgiving rolls around, and the kids want to have a Thanksgiving dinner—they lay out the dining room table with all kinds of food, just like in the movies. Folks, they have to drag me, kicking and screaming, out of the studio to go upstairs and join them. I will sit at the table, and eat—because I like the food—but I hate sitting around acting ‘traditional’ to amuse the ‘little folks who happen to be genetically derived from larger–folks–who–buy–them–sportswear,’ enduring a ‘family meal,’ during which I might be required to participate in some mind–numbing ‘family discussion’ with mashed potatoes dribbling out the side of my mouth. I eat, and get the fuck out of there as fast as I can. It’s the same with Christmas dinner or any other ‘traditional family gathering.’ I can’t stand it. I don’t want to be rude, and I don’t want to spoil their fun—but I think they realize by now that I have what they would describe as a ‘bad attitude’ about those kinds of things.

La rivolta musicale non è un pranzo di gala. Ma è capitato spesso che si sia seduta al cenone di Natale, poggiando tutti e due gomiti sulla tavola.

 

 

Note

  1. Il brano è stato ri–pubblicato all’interno di Just say Noël, antologia curata dalla casa discografica Geffen e datata 1996 (e che contiene anche un altro classico anti–natalizio indie, firmato da Beck; cfr. infra).
  2. Ivi incluse le parodie punk e metal: vedere la Christmas with the Devil portata dalla spoof band Spın̈al Tap al Saturday Night Live nel maggio (sic) 1984.
  3. Il disco è stato pubblicato ufficialmente soltanto nel 2018, con il titolo The Warner Bros. album.

 

Nota bibliografica

Per dare avvio a questa primissima raschiatura della superficie musico–natalizia (focalizzata sul formato–canzone, piuttosto che sull’album, e certamente influenzata, come visto e come dichiarato, dai gusti personali), ho preso spunto da:

  • Eugene Byrne, Singing carols, “BBC History Magazine” 8, 12, dic. 2007, pp. 46–48.
  • AAVV, Humbug hit parade: The 25 weirdest, darkest Christmas songs, “Spin.com”, 6 dic. 2012.
  • Paolo Prato, I canti di Natale. Da «Jingle bells» a Lady Gaga, Donzelli, Roma, 2013.
  • Richard Gehr, The 30 weirdest Christmas songs, “Spin.com”, 9 dic. 2017.
  • Melissa Locker, Adam Schubak, 34 of the best, wackiest, and weirdest Christmas songs, “Elle.com”, 1 ott. 2019.
  • Jacopo Tomatis, «Nostalgia, romanticismo e cafonate teribbbili»: la musica da cinepanettone, “Schermi” 4, 7, 2020, pp. 73–93.

 

Nota al testo

Una versione leggermente diversa di questo testo, scritto originariamente nel dicembre del 2020 e qui solo in minima parte ritoccato, è stata pubblicata all’interno del volume Semiotica del Natale, curato da Eleonora Chiais e targato NeMoSanctI (progetto — finanziato dal Consiglio europeo della ricerca (ERC), guidato da Jenny Ponzo e ospitato dall’Università di Torino — che si occupa di studiare, in prospettiva semiotica, le nuove forme dell’agiografia).

L’immagine di Babbo Natale mascherinato è stata ideata da Gabriele Marino e realizzata da Simone Maraffa (dicembre 2020).

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