The Fletcher Memorial Home. Quei tiranni incurabili nell’ultimo atto floydiano di Roger Waters
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Davide Cantire
- 28 Marzo 2023
«Take all your overgrown infants away somewhere / And build them a home, a little place of their own». Non importa quanti anni siano trascorsi dall’arrivo The Final Cut, sul suo conto se ne sono dette tante, troppe, tra opinioni contro e a favore, tra chi pensa si tratti già del primo album solista di Roger Waters (e prende alla lettera la scritta sul retro di copertina) e chi invece sostiene che senza il contributo (più ridotto ma essenziale) di David Gilmour e Nick Mason a quest’ora staremmo ascoltando qualcos’altro. Fatto sta che nel 1983 venne pubblicato quello che in seguito diventò l’ultimo atto di Waters sotto il marchio Pink Floyd, un album dalla genesi complicata e dalla gestazione difficile e sofferta, registrato in otto studi diversi e con i membri della band al lavoro separatamente (per evitare i soliti litigi quotidiani).
Non è questa la sede appropriata per discutere dell’effettiva bontà del progetto Final Cut (nato dai mattoni rimanenti del Muro del 1979 e poi completamente ripensato dopo l’entrata in guerra del Regno Unito nelle Falkland), dato che concentreremo l’attenzione sul videoclip estratto da The Fletcher Memorial Home. Indubbiamente il dodicesimo album dei Floyd ha un respiro che è totalmente cinematografico, ancor di più dei due capitoli precedenti (Animals e The Wall), contrassegnato com’è dalla presenza del compositore e produttore Michael Kamen, che più tardi legherà il suo nome a grandi saghe come Arma Letale e Die Hard, passando per Highlander, Robin Hood e 007. Da segnalare, in tal senso, anche la presenza dell’audio 3D e dei particolarissimi effetti sono resi possibili grazie all’olofonia, una tecnica di registrazione che permette di riprodurre un suono in modo simile a come viene percepito dall’apparato uditivo.
La seconda traccia del Lato B dell’album è portatrice della metafora non troppo sottile che Waters sta raccontando con questo suo ultimo contributo. Paranoico, schizofrenico, sofferto e di stampo pacifista, Waters inveisce e sbraita contro Margareth Thatcher paragonandola ai più terribili tiranni della storia (nel video vengono scomodati anche Hitler e Napoleone), ma anche coloro che in quel momento svolgevano un ruolo cruciale nella Guerra Fredda che da lì a pochi anni sarebbe volta al termine: Ronald Reagan, Alexander Haig, Menachem Begin, Margaret Thatcher, Ian Paisley, Leonid Il’ič Brežnev, Joseph McCarthy e “i ricordi del vecchio Richard Nixon”). Tutti questi personaggi dovrebbero avere un posto tutto loro dove poter essere mandati per non causare più danni al genere umano.
All’indomani dell’uscita di The Final Cut, venne prodotto un mini-film nel quale tra gli altri vediamo il ritorno di Alex McAvoy, che nei videoclip di The Wall era stato il temibile “teacher”. Il film racchiudeva in un unico segmento di mezz’ora i brani The Gunner’s Dream, The Final Cut, The Fletcher Memorial Home e Not Now John (unico ritaglio di spazio di un Gilmour altrimenti rintracciabile nei brevi assoli). In una cornice da casa di riposo per “incurabili tiranni”, un vecchio che ha perso il figlio nella guerra delle Falkland decide di recarsi al Fletcher Memorial Home (il nome è preso da Eric Fletcher Waters, padre di Roger, morto ad Anzio durante la Seconda Guerra Mondiale) per eliminare personalmente quei leader che hanno permesso il massacro.
Tuttavia, il suo si rivela solo un sogno irrealizzabile, in quanto i potenti della Terra continueranno a devastare il pianeta e il genere umano (e alla luce dell’attuale guerra tra Ucraina e Russia è sconcertante il livello di attualità che ancora possiedono le parole del cantautore britannico) fino all’applicazione della soluzione finale (l’olocausto nucleare preconizzato in Two Suns in the Sunset). Nella paura che quel momento possa un giorno arrivare, il nostro Waters non ha mai smesso di lanciare il suo grido politico alle platee di tutto il mondo, come anche nei giorni del suo This Is Not a Drill Tour.
