Suede
Suede, still dal video “Animal Nitrate”

Suede. “Animal Nitrate”, racconto di vite ai margini

Chi può parlare di longevità nel mondo del rock con maggiore autorità di Keith Richards? A questo proposito il chitarrista si è espresso in più occasioni, affermando tra le altre cose che le vere band restano unite fino alla morte, perché “dal rock ’n’ roll non si va in pensione”. E vista la vitalità con la quale i britannici Suede hanno continuato a riproporsi nel corso degli ultimi trentacinque anni, la loro inclusione nell’elenco delle band ancora ben lontane dall’età del pensionamento è d’obbligo; se non altro considerando la consistenza della loro discografia.

Fin dagli inizi, Brett Anderson e soci hanno incarnato la natura più selvaggia del BritPop, maturando comunque decennio dopo decennio, senza mai smettere di tentare nuove direzioni e senza paura di sperimentare. Un insieme di qualità indispensabili per garantire rilevanza artistica, senza che i cambi parziali di formazione – fermo restando un nucleo composto dal già citato Anderson, dal bassista Matt Osman e dal batterista Simon Gilbert – abbiano mai portato ad uno scadimento della qualità dei lavori discografici e dell’energia delle trascinanti esibizioni live.

Comunque, per gli appassionati di una certa generazione, l’incarnazione più iconica della band è quella responsabile della realizzazione dell’album di debutto, pubblicato nel marzo del 1993, con il giovanissimo e prodigioso chitarrista Bernard Butler a fare da contraltare ad un Brett Anderson novello sex symbol. Un disco che in qualche maniera preparava il terreno per l’invasione Brit Pop che tutti conosciamo, e la cui pubblicazione venne preceduta, come era d’uso in quell’epoca ed a quelle latitudini, dall’uscita di tre singoli apripista.

Se The Drowners e Metal Mickey – entrambi pubblicati nel 1992 – diedero agli Suede l’opportunità di imporsi come la più eccitante realtà indie del Regno Unito, il terzo singolo, Animal Nitrate, servì a scardinare i battenti delle classifiche di vendita, raggiungendo l’ambita top ten e rendendoli di conseguenza protagonisti di una sorta di nuova “Beatlemania”. Anticipando di un mese l’uscita del longplayer d’esordio, il singolo offriva alla band l’occasione perfetta per mettere in mostra le proprie inclinazioni più marcatamente glam rock, pescando a piene mani dall’estetica dei Settanta.

Decisivo, in questo senso, il riff di chitarra firmato da Butler, costruito con un’impronta sonora che richiama immediatamente il linguaggio tagliente e teatrale di Mick Ronson ai tempi degli Spiders From Mars. Del tutto coerentemente, le liriche del Anderson poco più che ventenne prendevano ispirazione dalla vite ai margini della working class dalla quale proveniva – tra abusi familiari, droga e sesso – filtrando il realismo semiautobiografico attraverso un romanticismo sensuale e decadente.

Well, he said he’d show you his bed
And the delights of the chemical smile
So in your broken home, he broke all your bones
And now you’re taking it time after time

Questi aspetti erano messi particolarmente bene in evidenza dal video che accompagnava il brano, firmato da Pedro Romhanyi, un regista fortemente legato alla scena britannica dei 90s. Infatti, iniziando la propria carriera di videomaker lavorando in più occasioni con Paul Weller, il “modfather” del BritPop, la sua attività lo portò ad interpretare con il proprio stile visivo, contrassegnandole indelebilmente, canzoni quali Parklife dei Blur, Common People e Disco 2000 dei Pulp e No Regrets di Robbie Williams – solo per citare le più popolari.

In questo caso, il lavoro di Romhanyi divenne bersaglio di molte critiche. Girato nel complesso residenziale di Lisson Green, a Westminster – dove, secondo alcune fonti, la band prese in prestito per la produzione l’appartamento di un residente, compensando gli occupanti con appena dieci sterline per il disturbo arrecato – il video adottava un realismo crudo ed urbano, in una location dalle inquietanti sfumature “lynchiane”. Alcuni canali televisivi lo rifiutarono a causa di scene ritenute troppo provocatorie, tra cui le inquadrature di una donna sovrappeso in bikini e una sequenza surreale in cui un uomo bacia una persona con una testa di maiale.

Nel Regno Unito, ITV vietò la trasmissione del clip durante la programmazione diurna, contestando le scene in cui due uomini si abbracciano e si baciano e definendole “controverse”. Tuttavia, dietro le censure e le polemiche, la band puntava deliberatamente su un immagine sessualmente androgina ed una messa in scena eccessiva. Inoltre, ricordando la frenetica iperattività della band davanti alle cineprese, lo stesso Anderson arrivò ad ammettere che durante le riprese fecero tutti uso di cocaina (“ai tempi in cui facevamo cose del genere”) per cercare di catturare l’intensità grezza delle proprie esibizioni dal vivo.

Rilevanza, energia ed intensità che sono rimaste inalterate tanto in album di enorme successo commerciale come Coming Up e Head Music, entrambi realizzati nella seconda metà degli anni novanta, quanto in prove più recenti quali Autofiction e Antidepressants. Segno che longevità, maturazione artistica e vitalità non sono necessariamente in contraddizione tra di loro.

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