Recensioni

7.5

“Volevamo soltanto essere qualcosa di indistinto…”. E ci sono riusciti. Le parole di Trevor Hunter, affidate al corposissimo booklet che accompagna questo quadruplo cd commemorativo, mettono bene in evidenza quale fosse lo spirito che muoveva il “n-etto” newyorchese. Qualcosa che spiazzasse per modalità esecutive e di aggregazione, con una formazione fluttuante intorno ai fondatori Sam Hillmer e Alex Mincek (entrambi al sax) che spesso si dilata, almeno in questo sguardo collettivo sui lavori in “sei”, raddoppiando con le sei corde di Charlie Looker e Matthew Hough, le batterie di Alex Hoskins, Brad Wentworth e Ian Antonio. Vaghi riferimenti perché la line-up varia di volta in volta e gli elementi singoli sono ricombinabili a piacere in un pezzo o nell’altro, proprio come le musiche che il collettivo mette(va) in atto.

Dopotutto, “Zs is a band and a genre”, ci ricorda la bio ufficiale del collettivo e mai affermazione fu più vera. Nei quattro dischi di Score, attribuibili al lavoro in sestetto compreso nel periodo 2002-2007, scorrono 40 tracce in cui, nonostante l’alternanza stilistica e la liberta d’esecuzione, è fortissima l’impronta unitaria che gli Zs hanno voluto da sempre attribuire alla loro idea di musica.

A partire dal cd 1, in cui sono presenti l’omonimo d’esordio per Troubleman, l’ep Karate Bump e un 10” Untitled, è già evidente la distanza dal mondo “rock”, pur se di sottobosco, dal quale i membri provengono. Un concentrato di impostazione colta, avanguardistica, quasi (anti?)accademica e di ricerca svolta su un corpo definibile latamente “jazz”: “Jazz dudes go to conservatory – Disillusionment” è dopotutto una chiave di lettura che Hillmer ci offre e che dobbiamo accogliere per scardinare il monolite Zs, ma è solo una delle tante.

Le definizioni si sono sprecate: brutal chamber pop, ad esempio, calza a pennello al disco 2 in cui confluiscono l’lp Buck e una manciata di singoli. Tra sperimentazione sui toni (Mimesis (Live)), avanguardia contemporanea (Four Systems, Pendulum), varianti a capella (Zs (Live)), ci si rende però conto che ogni tentativo di classificazione è inutile e limitante. Sensazione che ritorna ancor più forte nel cd 3, che forse condensa l’idea di sdoppiamento della band: da un lato i selvaggi sorti dalla scena d.i.y. cittadina, dall’altro l’ensemble colto e di ricerca. Una dicotomia che si svela in pezzi come B Is For Burning, opener dell’album Arms, o nel jazz astruso di Woodworking o ancora nelle tracce di minimalismo old-school e di avant-rock estremo sparse qua e là in tutto il lavoro.

Dell’intero lotto, il meno coeso ma forse più interessante è il cd 4, dove vengono assemblati gli “scarti” di magazzino: prototipi, live e remix vari sono materiale in via di definizione, materia viva e plasmabile che per una formazione che ha fatto dell’instabilità stilistica e dell’eterogeneità umorale il proprio evidente trademark, rappresentano il non plus ultra.

Gli Zs non si sono sciolti, nonostante il box commemorativo. Stanno semplicemente cambiando ancora pelle e l’uscita di Charlie Looker segna l’ennesima svolta per l’ensemble, ormai stabile come quartetto, almeno fino al prossimo, inatteso cambiamento. L’esperienza passata degli Zs però resiste, grazie ad una formula scivolosa e difficile da seguire, tanto coraggiosa quanto atipica e indubbiamente originale, così come nella progenie formata da Extra Life, Little Women, Hubble, Diamond Terrifier e moltissimi altri. Cosa che da la misura dell’irrequietezza che smuove da sempre il gruppo. Pronto a riassemblarsi di volta in volta in dimensioni diverse tante quante sono le anime musicali che premono dal di dentro.

Gli Zs sono esistiti – e continuano ad esistere – in tante e varie forme quante sono le (im)possibili musiche suonabili.

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