Recensioni

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Dov’è finita l’eleganza, la raffinatezza e il gusto nel panorama musicale italiano? Virtù rare, ormai, sottolineerebbe qualche elegiaco criticone, ma a volte si sa, bisogna solo sapere dove andare a cercarle le cose. Magari, ad esempio, servirebbe spostare gli oggetti terribili esposti in prima fila sulle mensole, frugare con più scrupolosità in fondo ai cassetti o negli scatoloni, scartando le banalità più plasticose al tatto. Molta bellezza, ad esempio, la si può trovare nascosta (ancora per poco) e condensata nei 20 minuti e 26 secondi che costituiscono l’album d’esordio di Zara Colombo: Madre Lingua, distribuito da Sugar Music.

Un artista emiliano e una modella argentina: la coppia di sposi che si muove con sicurezza in un riottoso mondo che ha da un pezzo assassinato senza degna sepoltura l’istituto del matrimonio; il duo artistico che forma la band, Luca e Zara, in perfetta sintonia nella direzione artistica del loro progetto di vita e musicale. Lui scrive, lei canta con l’affascinante accento sudamericano che permea fortemente le sette canzoni, che verranno presto riproposte altresì in versione spagnola. Un’interpretazione magnetica, quella di Zara, che dona un tocco di originalità e di mistero ad ogni parola sapientemente incastrata nei testi di Luca.

A volte, ascoltando Madre Lingua, si può avere addirittura la sensazione che l’interprete non abbia piena contezza del significato di ciò che sta cantando. Ma questo, a prescindere da se sia un po’ vero o del tutto falso, non disturba affatto la fruizione del disco, anzi. Semmai, per qualche strana legge della linguistica, infonde ancora più profondità ad ogni verso che compone questo meraviglioso corso accelerato di italiano per artisti. Profondità come quella del sensuale tango del brano omonimo, che poi troppo tango non è; oppure del garage rock-blues di Le Stelle, nome della canzone che si ricollega, come altre, direttamente a un’installazione di Luca, donata poi al comune che li ha visti diventare marito e moglie, quello di Presicce (LE).

Poi arriva Intervallo, l’introduzione al tema di quello che è forse il capolavoro del disco, Mamma Mezzanotte: poche calienti note di chitarra classica, poi l’attacco scioccante di Zara: “Forse ho la testa/Da un’altra parte…” ed è subito Nada, è subito Patty Pravo, è di nuovo il 1963 e c’è Françoise Hardy che canta per voi in italiano. E grazie.

Il duo incarna una certa leggerezza melodica ed un certo esotismo anni ’60, ripassati e filtrati da una forte sensibilità indie: non una formula del tutto estranea alle proposte discografiche odierne (vedi ad esempio Maria Antonietta, Colombre, Marianne Mirage), si potrebbe legittimamente obiettare. Ma si potrebbe poi subito ribattere in contropiede e sostenere forse dunque proprio tra le proposte discografiche odierne più qualitative, allargando un po’ il campo. Per poi magari chiosare con il più classico de gustibus e à chacun ses goûts.

La copertina dell’album (che poi per durata sarebbe forse legittimo chiamare EP) è stata affidata a Francesco Clemente, celebre esponente della Transavanguardia italiana. Curata così come i videoclip, che trasmettono pur nella loro essenzialità la ricercata visione artistica del duo. Il disco si chiude tranquillamente con le dolcissime note di Piccola Morte e La Notte. Menzione speciale per La petite mort, ovvero l’orgasmo, soprattutto quello femminile, che molti anni fa una società maschilista e bigotta riconduceva addirittura alle possibilità concrete di concepimento o meno durante un atto sessuale.

L’album è stato registrato a Buenos Aires con i Bandalos Chinos, popolare band indie argentina formata dai fratelli di lei. Zara Colombo è un progetto bello da vedere e da sentire: intrigante, spiazzante, elegante, e tantissimi altri aggettivi (tutti positivi) che finiscono in ante tra cui ce ne verrebbero in mente anche di altri, ma non c’è più spazio. Presto dal vivo e, assicurano, con un nuovo album già in cantiere, fiduciosi di ritrovarli presto con un livello di scrittura ancora più matura, non vediamo l’ora di sapere dove andrà a finire questa bellissima storia cantautorale a metà tra la Patagonia e Reggio Emilia.

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