Recensioni

7

Attraversate da una miscela instabile di melodia, rumore e scintille arty, le canzoni di youbet si muovono nel solco di certo alternative anni ’90 sospeso tra vulnerabilità e tensione emotiva. Dietro alla sigla resta centrale la figura di Nick Llobet, che in questo nuovo lavoro apre definitivamente il progetto a Micah Prussack (basso), formalizzando la dimensione di un duo di stanza a New York che condivide un background legato alla pedagogia e all’insegnamento musicale. A completare l’assetto, in cabina di regia troviamo anche Katie Von Schleicher, qui in veste di co-produttrice.

La rifondazione del folk-pop degli esordi (l’album Compare & Despair, 2020) mantiene un impianto indie ma ne altera il peso specifico, in una traiettoria che richiama dinamiche già viste altrove (come nel caso delle Girlpool): dalle traiettorie twee e lo-fi si passa a una forma più spessa ed elettrica, evoluzione già intravista fin dall’opener del precedente Way To Be (2024) e qui portata a compimento.

I dieci brani del disco sono catartiche braci di un fuoco in cui si sono arsi lutti e desideri. Batterie asciutte, programmate o suonate (da Julian Fader), delay e riverberi costruiscono un ambiente sonoro in cui intimismo e melodie vengono costantemente messi alla prova da incursioni (controllate) di rumore, nel più classico gioco di pieni e vuoti che dai Pixies in poi continua a raccogliere adepti (Bad Choice). Il risultato è un equilibrio precario ma fertile: il caos “giocoso” à la Brainiac di Ground Kiss trova nelle spigolosità chitarristiche à la Polvo di See Thru la sua punta più acuminata.

Gli episodi più lineari emergono nell’orbita dei singoli: Undefined è un mid-tempo folk-rock che si irrobustisce nell’agrodolce ritornello, mentre Worship incarna il baricentro mobile del duo tra melodie zuccherine e saliscendi emotivi. Sul versante più grungey, Receive introduce tastiere e un sax nervoso; su quello più raccolto, Nadia recupera un registro acustico intimo che richiama la scrittura di Edie Brickell, mettendo in evidenza un fingerpicking fragrante in punta di flamenco. È però in Embryonic che emerge con maggiore chiarezza la scrittura frammentaria e diaristica di Llobet, fatta di immagini di perdita eppure attraversata da spiragli di redenzione.

Proporre un omonimo sa di nuovo inizio, o quantomeno di pietra d’angolo: non uno dei dischi destinati a dominare le classifiche di fine anno, ma certamente un lavoro ispirato e genuino, capace di restituire valore a un ascolto attento e partecipe.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette