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In un presente in crisi che comincia a sperimentare sulla propria pelle il cancro del capitalismo e in cui la parola d’ordine è emergenza, trovare la pace interiore sembra un traguardo (o una scappatoia, vedetela come volete) decisamente comprensibile. Da qui i Frankie Cosmos, band capitanata da Greta Kline, sono partiti per la loro ricerca arrivando a dare alla luce il loro primo album post-pandemia.

Frutto di una selezione tra circa un centinaio di canzoni composte durante un anno e mezzo di pausa forzata imposto dai vari lockdown, e co-prodotto con Nate Mendelsohn e Katie Von Schleicher alla Figure 8 Recording a Brooklyn, Inner World Peace segue di tre anni Close it quietly, album capace di raccontare il conflitto tra le diverse anime di Kline. Prima ancora del play, il videoclip del singolo One Year Stand diretto dalla regista francese Eliza Lu Doyle racconta un movimento personale che richiama l’infanzia, fatto di gesti intimi e quotidiani, e consumato in un ambiente statico. Il sogno ad occhi aperti in cui Kline balla senza quasi muoversi si fa metafora dell’importanza del tempo, per elaborare separazioni e per arrivare ad una più completa comprensione di sé e del proprio mondo interiore.

Con il solito ermetismo brevettato (i 5 minuti di Empty Head costituiscono un fatto più unico che raro), i Frankie Cosmos, mai così band come ora, pennellano tredici brani che scorrono via in meno di quaranta minuti, ma stavolta non più come accessorio al progetto solista e lo-fi di Kline. Sebbene i semi fossero già stati piantati con l’uscita dell’ultimo lavoro, stavolta si ha la sensazione di avere di fronte un progetto più corale, in cui viene dedicato spazio alla jam (si pensi alle code di Fragments o F.O.O.F.) o a linee singole di basso, batteria o synth, come in Aftershook, dove quel gusto asimmetrico à la Men I Trust rende perfettamente l’idea di movimento inquieto che accompagna l’intero incedere.

L’idea di una pacificazione del vasto mondo interiore passa quindi per un percorso costellato di vie secondarie («What a way to examine how you felt how you felt, how you felt, to converse is the inverse of it, slow train I’ll never take again»), di dolore («My heart aches at every throb») e soprattuto di una rinnovata consapevolezza nei confronti dello scorrere del tempo («I just wanna feel normal, I’m not the same as I was before»), restituendoci un album aperto a due chiavi di lettura. Una prima, più liminale, assimilabile ad un delizioso vademecum per cuori infranti (di livello superiore, per intenderci, di una Beabadoobee) e una seconda, subliminale, che mira ad un contesto più ampio, sociale e politico. Una ricetta per sopravvivere nell’epoca della performance e del profitto ripartendo dalla riconquista del propri tempi naturali e dall’ascolto delle proprie sensazioni più profonde.

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