Recensioni

Quando pensiamo agli Yeah Yeah Yeahs, il nostro archivio mentale si spalanca sul rinascimento del rock nei primi anni 2000: perfetto contraltare dell’era crepuscolare preannunciata dai Radiohead, che alla fine del decennio precedente avevano celebrato il solenne e definitivo funerale degli ultimi residuati del grunge, segnando l’avvento di una nuova era sintetica, la band newyorchese aveva avviato, assieme a una manciata di altri gruppi – The Strokes, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys, The Killers, Kasabian, Kaiser Chiefs – un’ambiziosa quanto capillare azione di rilancio. Fu una parabola breve quanto accecante, efficacemente immortalata nella sua fase newyorchese da Lizzy Goodman nel libro Meet Me in the Bathroom: una gigantesca, ultima fiammata che sancì una prorompente quanto illusoria rinascita, dentro la quale la voce e l’attitudine inconfondibili di Karen Lee Orzolek la resero una vera e propria icona generazionale.
Il New Yorker ha recentemente parlato, e a ragione, di una wilderness gioiosa: non c’è cifra migliore per descrivere la figura di Karen O e la musica degli YYY, che conservava un mordente corrosivo persino nelle ballate che volevano spezzarci il cuore. Con gli album degli Yeah Yeah Yeahs – soprattutto con Fever To Tell e poi con Show Your Bones – abbiamo letteralmente ballato sulle miserie, le tristezze e le ribellioni dei nostri vent’anni, in un meccanismo che rovesciava completamente i crismi dei 90s, e che non aveva più alcuna remora nello strizzare l’occhio al mainstream. Ciò ha fatto sì che molti di quei gruppi, inclusi i Nostri, siano stati oggetto di un revisionismo un po’ severo e accademico. Si disse, in definitiva, che i 2000 erano stati anni minori. Molto probabilmente era vero, eppure siamo qui a ricordarli con una buona dose di nostalgia: forse perché dentro c’erano gli ultimi barlumi di un’innocenza scanzonata che non avremmo più conosciuto. Di un disimpegno, anche, di cui oggi non ci sentiamo più capaci.
Ma al netto di queste considerazioni, sarebbe ingeneroso non riconoscere l’importanza di una band come gli Yeah Yeah Yeahs – la cui produzione, sia pur discontinua, è stata comunque capace di partorire autentiche gemme che cantiamo ancora a memoria – come pure della figura di Karen O, che è stata innegabilmente fonte d’ispirazione per tutti quelli che hanno visto in lei l’esemplare perfetto di un’anomalia complessa, selvaggia, sfrontata, portatrice di una singolarità da celebrare e esibire con orgoglio. Guardate il documentario del 2017 There Is No Modern Romance se avete dubbi in merito.
A vent’anni dall’esordio, gli Yeah Yaeh Yeahs tornano con il loro quinto album in studio: Cool It Down. L’ultimo, non brillantissimo capitolo della loro discografia risale al 2013: dopo c’è stata la maternità, l’era Trump, la pandemia. Una rivoluzione profonda nella vita di Karen, i cui riflessi sono incisi nelle atmosfere rarefatte del nuovo disco, che suona sognante, a tratti persino malinconico: 35 minuti che fanno l’effetto di una dolorosa catarsi che passa attraverso una sofferenza intensa e un ritrovato senso di libertà. Come un approdo ad una nuova fase dell’età adulta, in cui tutti noi siamo chiamati un po’ a fare pace con la nostra natura e un po’ a costringerci a domarla. Perché in definitiva è la vita che ce lo chiede: un senso mai smarrito di sopravvivenza che a un certo punto è destinato a prevalere sugli istinti autodistruttivi.
Tra gli episodi più interessanti, oltre alla splendida Spitting Off The Edge of The World (featuring Perfume Genius), segnaliamo le struggenti Lovebomb e Blacktop, in cui riconosciamo la provvidenziale capacità dei Nostri di confezionare ballate intense e melodie impeccabili. Non mancano i riferimenti agli anni ’70 (Burning, Different Today), in Fleez troviamo persino dei campionamenti degli ESG (gruppo cult dei primi anni ’80 che ha fortemente influenzato l’hip hop), mentre lo spoken word di Mars è un vortice galvanizzante. L’elettronica la fa da padrona e la collaborazione di Dave Sitek dei TV on the Radio fa il resto: le atmosfere complessive suonano sofisticate, glaciali, eppure grondano umanità.
Cool It Down, con quell’invito che racchiude nel suo titolo, ci fa pensare a un messaggio di liberazione: “raffreddare” equivale qui a “lasciar andare”. L’esatto contrario di far fluire selvaggiamente un’emotività incontrollata: lasciarsi alle spalle, piuttosto, un po’ di demoni, abbracciando con indomita fiducia una piccola pace silenziosa.
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