Recensioni

7.3

Per sua stessa ammissione, Xenia Rubinos non sa suonare quasi niente alla perfezione; anzi, preferisce che ogni strumento che imbraccia sia una nuova sfida per mantenere alta la concentrazione e il focus. Prendete queste quattordici tracce pubblicate per ANTI-: sono state composte soprattutto al basso, uno strumento che non aveva mai suonato prima. L’idea, secondo le sue intenzioni, era che così sarebbe emersa ancora di più la voce. Giusto, la voce: nodo essenziale per lei e la sua musica, con la bella timbrica fumosa che la contraddistingue fin dall’esordio autoprodotto Magic Trix (poi pubblicato ufficialmente da Ba Da Bing Records). Ma la voce è anche quella che la musica può dare a una comunità, alle minoranze razziali in una megalopoli come New York, come Roma o Sidney, per far uscire dalla marginalità istanze sociali e politiche.

Così, la giovane cantante e polistrumentista americana imbraccia tutto il ghetto power che riesce a raccogliere, lo mescola ai miti femminili della musica e dei diritti delle comunità afroamericane (i santini Nina Simone Billie Holiday), a una propria versione 2.0 del baduizm, e si pone come potenziale nuova icona anche per le minoranze caraibiche in una versione indie del latino proud di una Jennifer Lopez anni Novanta. Si inserisce così in quel filone di orgoglio razziale che recentemente sta diventando sempre più importante nel music business USA e nel quale milita, grazie al suo ultimo disco, anche Esperanza Spalding. È un movimento culturale ampio e variegato, che con un libro come Ebony and Ivy di Craig S. Wilder riporta al centro del dibattito l’eredità dello schiavismo, e con il movimento #OscarSoWhite di Spike Lee ha posto l’attenzione ancora una volta sulle esclusioni. Ma è anche la polemica sul whitening delle celebrity USA (solo per le donne, ovviamente, vedi Lil’ Kim) o la conta degli omicidi fatta da Ta-Nehisi Coats (recentemente tradotto anche in italiano).

Politica e questioni sociali a parte, il disco suona bene. È un meticciato sonoro a tratti bellissimo, con alcuni brani (Mexican Chef, Just Like I, Don’t Wanna Be, Lonely Power) entusiasmanti per ricercatezza ritmica, riferimenti stratificati da andare a gustare ascolto dopo ascolto. La musica di Xenia Rubinos riesce sempre a rimanere diretta, a tratti quasi punk (come potrebbe intenderlo Manu Chao), pur costruendosi su spigoli ritmici e sincopi che ricordano talvolta un’altra artista che fa tutto da sola, ovvero tUnE-yArDs. Black Terry Cat è un disco di strada come l’hip hop che fa capolino qua e là, e Xenia si costruisce il sound system da sola, suonando tutto (tranne la batteria, affidata all’amico e produttore Marco Buccelli), insistendo a volte quasi ossessivamente sulle ritmiche in battere, sulle tastierone crunchy, sui cambi di direzione e ritmo. Non tutto funziona, e una maggior sintesi avrebbe probabilmente giovato, ma il risultato è fresco come un pugno di faccia.

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