Recensioni

7.1

I WWWINGS erano già sul radar di alcune orecchie attente, sia per il mixtape (ANGELYSIUM) del suo componente più popolare (Lit Internet, prima nei BWWWOYS), sia per un precedente EP (3000) strombazzato sulle colonne di Thump come una raccolta di depressive/suicide tracce black metal che grattava sui confini più pesti della club music. Descrizione che lo stesso trio (tre ragazzi tra i 18 e i 25 anni conosciutisi via Telegram e provenienti da altrettanti Paesi post-sovietici) aveva doppiato concedendo una furbastra intervista in calce che tirava in ballo la tag dsbm (appunto) e la trap dell’ora libero (e sobrio) Gucci Mane, e riconducendo stoicamente il filo rosso di quel lavoro all’autoesplicativo sito random.org e ad una «music for Internet Suicide Pact» (vabbé).

Il 12” è uscito lo scorso anno sulla Symbols di Kastle (lo trovate anche su Bandcamp), beatmaker attento (e anche furbetto) che si è costruito negli ultimi anni un certo nome e che ora mastica dei patinati ritmi HH astratti in salsa r’n’b (come ne abbiamo sentiti molti dal 2012 ad oggi). E Kastle fa una comparsata di rappresentanza da queste parti come uno tra i numerosi featurer di un debut lungo che in sostanza affonda le mani, o meglio i circuiti, nella mordace e anti-umanistica cibernetica del giro Janus (in particolare Amnesia Scanner), affinando anche lo sguardo su alcune delle diramazioni del suono HD / accelerazionista di oggi, dagli internazionalisti di stanza a Berlino (il britannico M.E.S.H) agli outsider americani (Rabit, Lotic e non ultimo Chino Amobi, boss di NON che figura tra i feat della traccia Aethereal).

Per spezzare la prima lancia a loro favore, c’è da dire che i ragazzi lo fanno per una volta senza troppe pippe ideologiche, limitandosi anzi, nel comunicato stampa, a rimarcare l’angusto clima politico ed economico che caratterizza la loro terra natia. Ciò che viene loro piuttosto bene qui è dar vita ad un (ormai non più imprevedibile) mash-up senza né capo né coda fatto di assalti all’arma bianca e inquietanti stasi, e tutta una frittura di neuroni rave, hip hop beat cubisti, spade e lamiere, oscurità (via Tri Angle) al seguito. Ricordandoci che tocchi thrilling messi un po’ a prezzemolo in tutta la tracklist sono da ricongiungere tanto alla vena più torbida del dubstep (da Vex ‘D potremmo tirare una riga fino al – bravo – J. G. Biberkopf) quanto agli abissi del grime londinese più urbano ed analogico (vedi Visionist, Mumdance e il nu eski), qui abbiamo gli ingredienti di uno studiato caos bellico, al solito arty (da bravi Tumblr boys) ma corporalmente cinematografico, sospeso tra anomica aggressione ed entropia sistemica, come la miglior tradizione HD capitanata da Arca ad Holly Herndon comanda.

Che Planet Mu ci abbia preso gusto con questo tipo di sonorità era evidente già dalla pubblicazione del manicheo Antwood, disco che giocava (deludendo) di sound design e sul concetto di IA, come questo disco, all’opposto, massacra a dovere le orecchie con del grezzo, materialistico, bombastico noise capace di regalare momenti di sano sadismo cyber-distopico, ed evolvendo un discorso iniziato nell’ANGELYSIUM del solo LIT INTERNET (disco che abbiamo recuperato proprio approfondendo il lavoro sui WWWINGS) verso un sound piuttosto sfaccettato, noto ma non del tutto svelato.

Posto che lavori come questo corrono senz’altro il rischio di cristallizzare metodi e modalità compositive che ci ritroveremo, con tutta probabilità, in varie uscite copia carbone ancora per un po’ (mentre le orecchie più attente negli ultimi mesi sono puntate sul Gqom), l’ondata cyber HD è in fermento e non è ancora giunto il momento di scuotere il capo. PHOENIXXX non è la classica uscita posticcia di un meglio che c’è già stato – anche soltanto dando uno sguardo ai producer noti, meno noti (Imaabs, Lao e il giro NAAFI di Mexico City, e il monitorato Endgame neo firmatario su Hyperdub con il buon Flash) e affatto noti (Ebbo Kraan) che qui hanno collaborato – ma una buona mappa di una geografia sonora magmatica ed in espansione.

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