Recensioni

6.4

La solitudine dei musicisti non è mai stata un segreto. Lavorare in condizioni spesso appartate, correndo il rischio di venire considerati solo in virtù del successo percepito, è da sempre motivo di emarginazione per molti. Quando la musica diventa una forma di automedicazione, può tramutarsi in un’arma a doppio taglio? E’ la domanda che dovrebbe porsi il nostro Alex Menzies, il David Lynch della celebral-techno, che sotto l’inedita veste dell’alias Wraetlic (acronimo per l’anglosassone “Wraith-like”: non a caso, “spettrale”) ci sfodera un primo LP su Convex Industries di 11 canzoni dalla struttura pop, pericolosamente in bilico tra divanetto bordo pista e lettino da ospedale psichiatrico. Nonostante la dub-atmosfera sia ancora Basic Channel, il disco parla un’elettronica ruvida e malinconica in puro stile Warp 90’s, con i riflettori puntati sulla voce, sulla scia del lavoro in precedenza affrontato sia in Paradolia, che in Lux, anche se più astrattamente, ed inscenando un teatrino di musica anti-sociale tutta lo-fi synth e drum machine che è un paradiso per feticisti analogici, sebbene respiri Aalto in ogni angolo.

In questo senso, centra l’obiettivo, arrivando a toccare la sfera emozionale con il solo algido potere della macchina, roba da Matthew Dear ai tempi di Black City. L’apertura di Anothering, in cui Smoke irretisce trame di arpeggi d’India sotto la voce Bowie-school, farebbe ben sperare, un po’ come l’elegiaco elettro-bass swing di Rats e la Yorkiana astrazione di The Watchful Eye. che, impiegando parti vocali distorte al punto giusto, risultano i pezzi meglio riusciti. Al pari della controversa PintleGrist, dove morbide melodie di lavoro pad e dirompenti incursioni di squelch elettronici si avvicendano in sottile equilibrio, sullo sfondo di sillabe fuse alla maniera dei The National passati attraverso un modulatore ad anello. Ma l’effetto è stancante. C’è tanto pathos implicito e poco fuoco, al punto che l’insieme rimane davvero troppo involuto. Paradossalmente, un disco che punta tutto sulla voce, finisce per subirla come l’elemento più vincolante, e non bastano certi giochetti dall’appeal Wave Minimal ad acquietarne il senso di precarietà pressochè incombente.

Sebbene sul finale Menzies piazzi un paio di doverosi incrementi ritmici, frammentando la sua voce nuvolosa ed offrendo il miasma noir-ish che pervade l’album stavolta con maggiore attrito e senso di urgenza, si tratta comunque di scorci poco allettanti del passato che qui suonano come un fastidioso “se”. Better The DevilRats si limitano a mostrare dove Wraetlic potrebbe andare con un po’ di olio di gomito in più, un subwoofer e un rinnovato spazio per respirare. Discorso a parte per i tre remix conclusivi, inseriti non a caso da quei furboni della Convex Industries, che poco hanno a che spartire con la base emotiva dell’album e sono tre semplici bombe ad orologeria da dancefloor. La versione di Scunner firmata Jon Convex, rinforzando il nucleo pulsante di altalena goth-electro dell’originale, ci offre però uno sguardo su quanto potente il progetto avrebbe potuto essere con maggiore audacia ed inventiva.

Ma l’album è molto più di un semplice disco da ballare. O meglio, avrebbe voluto esserlo, e nel tentativo di riuscirci, resta un ibrido tra entrambe le cose. A tratti, delinea un profilo di quel disagio esistenziale che intende comunicare, troppo spesso riflette semplicemente, e nel tentativo di nascondersi, sussura e accenna, ma non arriva, troppo compiaciuto del suo stesso malessere per servire come qualcosa di più che cibo-spazzatura consolatorio per soggetti psicologicamente instabili.

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