Recensioni

Fear fear, paura della paura, declinazione del panico che si impossessa irrazionale. Avevamo lasciato i Working Men’s Club al debutto nel 2020, dopo un’estate pandemica – la prima – con una ricetta che risuonava se non premonitrice quantomeno perfettamente sintomatica di quel periodo isolazionista. Acide venature post punk, all’epoca, abitavano un corpo nervoso che cercava un’evasione in momenti votati al rave nelle brughiere.
Li ritroviamo, oggi, con un disco che si apre con il piede sull’acceleratore di un synth che sbrodola sulle distorsioni elettriche di un cavo scollegato, trascinando immediatamente tra luci stroboscopiche guidati dalla voce d’oltretomba di Syd Minsky-Sargeant. Rispetto a un esordio fulminante quanto spigoloso, i Nostri hanno capito che è la venatura escapista da dancefloor late-80s a fare al caso loro: lo confermano in una Widow che come in un gioco di specchi deformati torna al synth pop di casa attraverso affinità con la lettura quasi ortodossa e le decalcomanie portate avanti dalla scena post-punk (post) sovietica (Molchat Doma e a seguire – passando anche, perché no, dagli Horrors).
Parliamo dei WMC al plurale anche se in verità i pezzi – ancora risalenti alle sessions dell’omonimo esordio – sono pressoché tutti scritti e arrangiati da Minsky-Sargeant, il quale non si fa problema alcuno a spingere ancora più a fondo sull’acceleratore disilluso dell’esordio, mescolando questa volta a soliloqui esistenziali in prima persona anche testi “allargati” a un sentire più collettivo (Ploys e la sua litania recitata con tono greve), ma sempre ammantati da un vago sentore di decadenza e apocalisse, con un linguaggio di certo non da Gen Z.
Nei brani si avvicendano – manco a dirsi – riferimenti alla techno primordiale dei Kraftwerk, alle sbrodolature più pop del synth(pop) anni ‘80; ci sono i Depeche Mode (Circumference, virando verso i New Order, o Widow), Rapture incalza uno spezzato ritmo tech sincopato, mentre ci sono anche eco dei Japan soprattutto nella linea ariosa di tastiere incastrata nella ritmica di Heart Attack. Ai Nostri non dispiace, comunque, suonare le chitarre: Cut si incammina a tratti su vertigini kraut, aprendo alcuni dei panorami più affascinanti del disco, che fanno il paio con una vena psichedelica e alticcia in chiusura, con The Last One che fatica a tenere dentro la drum machine le litanie di Sargeant.
Quest’ultimo, ancora una volta affiancato da Ross Orton, dà forma con i suoi a un disco che poteva facilmente fare da appendice all’esordio: specularmente possiamo paragonare le due tracce d’apertura. Valleys montava un’intro rave dentro un pezzo che diventava danzereccio, mentre 19 non risolve mai la tensione, ma anzi la accumula ad libitum. Non solo: questo secondo lavoro suona decisamente meglio, segno di un’attenzione più marcata al vestito da indossare. Fear Fear, il panico: esorcizzato ma non sconfitto, che resta latente in un presente che spaventa e incombe su quattro giovanissimi inglesi e su generazioni intere.
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