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Chi di noi non si è mai cimentato, lavorando con la fantasia, in accostamenti improbabili e a dir poco impossibili tra musicisti? Al Bano che presta la sua voce agli Einsturzende Neubauten, Madonna con il nazi-satanista-killer del black metal norvegese Burzum.
Sulla scia di queste “missioni impossibili” esce questo disco che, in tutta sincerità, non sembra vero. Una collaborazione Braxton-Wolf Eyes era ciò che di più improbabile ci si poteva aspettare.
Ma poi, in fondo in fondo, riflettendoci bene, le cose quadrano: da un lato la storia del jazz nelle sue vesti più innovatrici e aperto ad ogni sorta di sperimentazione, anche la più improbabile; dall’altro una delle band più estreme e radicali (musicalmente, ovvio) degli ultimi anni. Due americhe che si guardano da lontano, ma che si incontrano nella diversità e, soprattutto, nella libertà che le contraddistingue. Libertà di provare, di fallire e qualche volta di riuscire.
In questo caso l’esperimento va in porto alla perfezione, senza alcun dubbio di sorta. I rantoli e le grida sofferte dei sax soprano e contralto di Braxton si fondono miracolosamente con le sinistre sonorità tra l’horror-ambient e il noise dei Wolf Eyes, ne arricchiscono ancora di più un sound già denso che circonda e stringe in una morsa imponente anche l’ascoltatore più distratto.
Registrato il 21 maggio 2005 al Festival de Musique Actuelle di Victoriaville e pubblicato una manciata di mesi prima di Human Animal, Black Vomit esce per l’etichetta canadese Victo, che ha contemporaneamente sfornato due altri interessantissimi live di Braxton, sempre a Victoriaville: uno in duo con Fred Frith e l’altro con il suo Sestetto.
Due brani, per una durata che oltrepassa di poco la mezz’ora. The Mangler è una lunga improvvisazione dalle tinte molto scure, che sfocia in delirio di violenza sonica. Tra questi paesaggi sonori si destreggia, come in un vecchio deposito di auto rottamate, il sax di Braxton, a volte sul punto di intonare una melodia, soffocata sul nascere; altre avanzando in preda a spasmi disperati.
Situazione quasi del tutto ribaltata in Black Vomit (da Burned Mind), qui intitolata Rationed Rot. Il sax qui è soffocato dalle sonorità pesantemente noise e si dimena drammaticamente per trovare una via d’uscita. Ne scaturisce una lotta senza vincitori in cui prevale il rumore. Un rumore significante, visionario, espressivo, che quasi si fa toccare con mano.
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