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7.4

Chiudevamo la recensione di Acousmatic Sorcery con la facile profezia del rientro nei ranghi della normalità produttiva per Willis Earl Beal, precario della black music sfuggito ai meccanismi dello showbiz solo per entrarvi dalla finestra dell’hype 2.0, notoriamente avido di anomalie intriganti. Così è stato, ed eccoci al sophomore per questo ex busker a domicilio col lo-fi quale orizzonte esistenziale prima che estetico, oggi ovviamente convertito ad un estro gospel-blues dai tratti ancora “stregoneschi” ma frutto di un preciso processo ingegneristico. Possiamo, insomma, misurarlo in una competizione di alto profilo, nella quale dimostra di potersela giocare. E pure bene.

Sprigiona fascino insidioso come un’allucinazione Tom Waits in Too Dry To Cry, consuma gravità cinematica come un’uggia turgida TV On The Radio in Burning Bridges, chiama Cat Power – spirito borderline affine? – a condire di languore felpato il classic soul di Coming Through, fa schioccare dita tra pensose irrequietezze jazzy (la title track). E poi via tra patchwork spiazzanti (le chincaglierie rumoristiche, la densità trip-hop e il blues soul dalla polpa roots di Ain’t Got No Love), drammi cyber-chiesastici (What’s The Deal?), swing stradaioli (Hole In The Roof, con una febbre che scava rabbia nella voce) ed ectoplasmi folk-errebì (la vagamente bossa White Noise, una Everything Unwinds che reinventa Terry Callier nel futuro prossimo).

Willis è ossessionato come Cody ChesnuTT però meno devoto al canone soul, più incline a mescolare le carte anche di mazzi diversi fin quasi a far saltare il banco, arrestandosi giusto un attimo prima di abbandonare l’alveo della black. Regalandoci nuove ragioni per ascoltarne in questi anni Dieci del nostro scontento. Nobody Knows non otterrà l’impatto dell’esordio, che in effetti somigliava alla nascita di un bizzarro prodigio. Tuttavia, per quanto mi riguarda, la sorpresa vera è oggi. 

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