Recensioni

Sin dalle prime strofe, il crooning baritonale di Konner Whitney, mente del progetto canadese Whitney K, si inscrive in una tradizione ben precisa che vede in Lou Reed il suo nume tutelare.
Dopo le uscite per Maple Death (Hard To Be A God, Two Years), l’artista compie un salto di carriera approdando a Fire Records con Bubble: un diario di viaggio nell’America rurale e polverosa, abitata da personaggi e storie che evocano i paesaggi emotivi di Raymond Carver. Le tredici tracce viaggiano sull’onda lunga del coutry folk intrecciando chiacchiere da bar, riflessioni, sogni a occhi aperti e prese di coscienza, costruendo un realismo di provincia declamato da un moderno troubadour: lirico, ellittico, magnetico.
Autoprodotto e co-scritto assieme ai membri della band Josh Boguski, Avalon Tassonyi e Michael Halls nel loro studio casalingo, Bubble è al tempo stesso il lavoro più diretto e più sfaccettato del progetto. Le dinamiche emergono in filigrana: Jolene (un omaggio a quella Jolene?) è una ballata malinconica in minore, sorretta dalla languida steel guitar di Ben Vallee, in bilico tra Hope Sandoval e Mark Oliver Everett. Al contrario, Rosy cresce da un nucleo minimal krauto di chitarra e batteria fino a trasformarsi in una cavalcata, e insieme a The Ocean e Sunshine 2 rivela dichiarati rimandi alla parabola reediana, dentro e fuori i Velvet Underground.
Konner Whitney & co. non saranno in prima fila tra i cantautori folk odierni – Kevin Morby, Cass McCombs, Greg Freeman restano qualche gradino più in alto – ma Bubble è comunque un disco prezioso, da ascoltare a partire dalle parole, che guidano l’ascoltatore mentre gli arrangiamenti disegnano scenografie emotive. Ne sono prova la spirituale Freud Estate, incentrata sulle relazioni amorose, il placido disincanto di Lately, che richiama Mac DeMarco, e l’essenzialità di Beetlejuice e We’ll See, frammenti di un racconto letterario.
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