Recensioni

Una sola domanda: perché? Perché i Weezer, a meno di due anni dall’ultimo disco in studio, Weezer (The Black Album), e a poco più di tre mesi dal prossimo, il già annunciato Van Weezer, hanno sentito il bisogno di regalarci una mezz’ora di brani orchestrali realizzati con sola tecnologia analogica? Per dimostrare che, con strutture compositive ridotte all’osso, sono bravi a scrivere canzoni? Lo sapevamo; per dare un saggio della loro versatilità? Non avevamo dubbi; per dimostrare che si possono mescolare cultura bassa e (un po’ più) alta? E sai che novità.
No, la nostra sensazione è che Rivers Cuomo e soci amino stare sul pezzo e sorprendere a tutti i costi, magari solo per il gusto di osservare le reazioni e compiacersene come dei discoli che hanno appena fatto l’ennesima marachella. Poi certo, sono bravi, per carità, le qualità non gli sono mai mancate; così come eravamo già edotti riguardo alla loro ecletticità, al loro essersi sempre mantenuti magicamente in bilico tra indie-rock, power pop e quella weirdness così 90s-style fatti di look uncool, piglio nerd, chitarre sporche, ritmi sghembi, melodie disarmoniche e testi nonsense spesso cantati in modo stonato, quando non urlati. Il tutto, talvolta con ampie concessioni a insospettate passioni ora per l’heavy metal, ora per le cover di artisti pop apparentemente agli antipodi, ora per le colonne sonore di film della Disney.
Che poi, maledetti loro, riescono quasi sempre a farla franca, perché, come dicevamo più su, il mestiere c’è, e questo Ok Human potremmo pensarlo come un pegno penitenziale nel percorso liturgico che porterà al profluvio di elettricità scatenato dal prossimo disco in uscita a maggio. Uno strategico e preventivo risciacquo dell’anima caratterizzato da una manciata di canzoni quiete, dai toni morbidi e soffusi, e arrangiate ottimamente, senza esagerare, che non fai in tempo a metterle su che son già terminate. E poi con quel piglio ironico che male non fa e con quella capacità di apparire sì un tantino sfrontati ma anche rispettosi del grande passato da cui sempre i Weezer hanno tratto linfa, con – ad esempio – il primo singolo All My Favorite Songs che rende onore ai Beatles, la bella Numbers che snocciola cifre pinkfloydiane e la calma Playing My Piano che batte sui tasti del grande cantautorato degli anni Settanta di Elton John e David Bowie. Quasi un album di cover mascherate da brani originali che se da un lato sembra assecondare un tossico desiderio esibizionista, dall’altro suona delicato e deferente. Anche questa, in fondo, è una qualità. Se vogliono, i Weezer sanno fare degli ottimi pezzi pop nel senso più nobile del termine. Per dire, Aloo Gobi, come il succitato brano di lancio, è degno di un Paul McCartney ultimissima maniera. Così come non andrebbe snobbata, assolutamente, una Bird With A Broken Wing.
Resta comunque che la formazione californiana dalla parabola ormai quasi trentennale sembra un tantino snaturata in questa veste e, almeno noi, la preferiamo plugged; perché Ok Human i crismi della necessarietà – a nostro avviso – proprio non ce li aveva, non va a coprire nessun nessun buco, non colma alcuna lacuna. Resterà lì, a far mostra di sé in una discografia composta non sempre da capitoli imprescindibili, pur essendo un passaggio che a qualcuno potrebbe sembrare un esercizio di stile. A volte alcune mosse sono più il frutto di strategie di posizionamento, hanno un valore simbolico, intangibile, come le azioni in Borsa o i prezzi dei cartellini dei top player dello sport. Roba che non diventa moneta sonante e rimane trascritta in cifre su un cartellone luminoso col solo scopo di generare altri numeri, plusvalenze, profitti. Ma siccome le emozioni non sono futures noi riteniamo che meglio sarebbe se, in futuro, il quartetto losangelino facesse meno dischi ma concentrando su quelli le buone idee che sicuramente sarà ancora in grado di offrire.
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