Recensioni

7.5

Esiste un’America che non troviamo facilmente sulle cartoline. Un’America delle piccole città del Sud, delle verande scrostate, dei segreti che marciscono sotto il sole alla True Detective e di vite vissute ai margini alla Nomadland, tra la noia e la tragedia improvvisa. È questo il mondo che i Wednesday, band di Asheville, North Carolina, raccontano da sempre. Ma con il loro sesto album, Bleeds, non solo lo raccontano, ma ne distillano il suono esatto, un lamento viscerale e molto affascinante.

Se il precedente Rat Saw God del 2023 li aveva consacrati come una delle realtà più incandescenti dell’indie rock contemporaneo, Bleeds ne è il successore spirituale e, senza mezzi termini, la versione definitiva. La formula della band, quel precario equilibrio tra la delicatezza dell’alt-country ed eruzioni vulcaniche di shoegaze e noise, raggiunge qui una simbiosi inedita. I due estremi si fondono all’interno dello stesso brano, creando arazzi sonori imprevedibili e potentissimi. Il titolo, Bleeds (sanguina, ma anche “trapela”, “si mescola”), è la chiave di volta di tutto il progetto: la melodia country non è più interrotta dal feedback, ma vi… sanguina dentro, in un dialogo sbilenco e perfetto.

Al centro di tutto c’è la penna di Karly Hartzman, una delle cantautrici più lucide e spietate della sua generazione. La sua è una scrittura-collage, un diario di bordo slabbrato che assembla frammenti di realtà cruda con grazia. Le sue storie respirano tutte fuori i confini della metafora, cercano l’impatto del dettaglio: le zecche tolte di dosso a un amante (Reality TV Argument Bleeds), le foto private che fanno il giro della città proprio prima che il responsabile muoia (Townies), un cadavere trovato nel torrente (Wound Up Here (By Holdin On)), il vomito nel pogo a un concerto dei Death Grips (Pick Up That Knife). Sono schegge di vita vera, di un “gotico sudista” che non ha bisogno di fantasmi perché la realtà è già abbastanza terrificante. Senza giudicare, ma con l’occhio attento di una fotografia, la band trasforma le istantanee in un’esperienza fisica.

Questa architettura emotiva si regge su brani che sono veri e propri epicentri di tensione. L’apertura, Reality TV Argument Bleeds è un pugno nello stomaco che, con la sua urgenza e i suoi riff sferraglianti, ci getta in medias res, ricordando l’approccio abrasivo di Superchunk o la ruvidità melodica dei Pavement. È il suono di chi non ha tempo per i preamboli.

Ma è in tracce come Townies che la nuova, letale alchimia del gruppo si manifesta in pieno. Il brano si apre con la lap steel di Xandy Chelmis che evoca scenari quasi pastorali, un’americana malinconica sulla scia di Jason Molina o dei Drive-By Truckers più riflessivi. È una tregua effimera. Un attimo dopo, la canzone esplode in un muro di distorsione e feedback che incarna la lezione più viscerale del rock alternativo anni ’90. Quella dinamica tra quiete e frastuono – che è certo citazione dei Pixies o delle Breeders – diventa il veicolo perfetto per la rabbia gelida di Hartzman, la cui confessione brutale (“You sent my nudes around… ‘Cause you died“) viene amplificata, anziché soffocata, dal caos sonoro.

L’apice del disco è però Pick Up That Knife. La sua struttura è un capolavoro di progressione drammatica. Parte come una ballad grunge contratta, carica di un’ansia che potrebbe appartenere ai Sonic Youth di Daydream Nation, per poi trasformarsi inaspettatamente in una catarsi totale, un inno rock epico e struggente. Qui, le chitarre si intrecciano in un crescendo che culmina in un assolo lancinante, saturo e melodico, che porta impresso il marchio dei Dinosaur Jr.

Questo ci porta al cuore sanguinante del disco. Non si può ignorare, infatti, la crepa che alimenta la tensione dell’album: la fine della relazione sentimentale tra Hartzman e il chitarrista MJ Lenderman. Bleeds non è necessariamente un breakup album, anche perché  Hartzman e Lenderman, durante le registrazione, hanno hanno tenuto la separazione nascosta al resto della band; ma il dolore, la colpa e il risentimento trasudano da ogni solco. Questa frattura personale si traduce in un dialogo musicale elettrizzante e quasi voyeuristico. Le chitarre di Lenderman diventano il suo diritto di replica; rispondono, commentano le parole di Hartzman. Questo cortocircuito emotivo rende l’ascolto un’esperienza ad alta tensione.

Eppure, in questo panorama di ferite aperte, i Wednesday sanno anche variare, alzare i toni (epico è il minuto e mezzo di Wasp) o concedere una tregua. Momenti come la ballata country dall’incedere quasi svagato di Phish Pepsi, la riverberante Candy Breath che si colloca fra Heroes di Bowie e gli Smashing Pumpkins, o la chiusura affidata al bluegrass scanzonato di Gary’s II sono fondamentali. Sono ancore che legano il dramma dell’album alla dimensione specifica della realtà, dimostrando la versatilità di una band capace di passare da una tempesta di feedback a un racconto pastorale, intimo, elegiaco, ribadendo che dopo ogni tragedia, la vita, in qualche modo, con la sua assurda e banale normalità, continua a scorrere.

Con Bleeds, i Wednesday firmano il loro lavoro più a fuoco. Hanno capito che per raccontare la sporcizia e la bellezza della vita non servono filtri, ma un pacco gigante di onestà e amplificatori più potenti. Il risultato è un disco fisico che conferma la band come una delle sue realtà più solide e necessarie del panorama americano.

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