Recensioni

Ironia della vita. Per oltre un lustro fai di tutto per tenere un profilo artistico che non si abbandona a concessioni, ti guadagni di conseguenza il rispetto di tutto il settore, critica e fan, e poi in 6 minuti disperdi tutto. Giusto il tempo di un brano che apre a tutti la cortina di impenetrabilità di certi confini sonori: la concessione che più affligge i sostenitori oltranzisti, quelli che vestono il saio dell’adepto di solida e comprovata fede del culto. Sono i sei minuti di Birdland, traccia di apertura di Heavy Weather, settimo album dei Weather Report, la formazione che ruota attorno a Joe Zawinul e Wayne Shorter, e insieme alla Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin – discepoli della fruttuosa bottega di Miles Davis, che come Frank Zappa per il rock ha svezzato e poi liberato nel mondo una quantità impressionante di talenti – si contende la palma di band Fusion più amata e rispettata dalla nascita del (genere) bastardo di corte.
Ulteriore oltraggio per i puristi, Birdland diventa persino un singolo. Per i Weather Report non è la prima volta. Tra il 1973 e il 1974 c’erano già stati Boogie Woogie Waltz, Sweetnighter e Cucumber Slumber, risucchiati subito dopo la stampa nel silenzio del vuoto cosmico. Per i fautori di un mondo dove l’arte deve trattare il successo come la casta indiana degli intoccabili, neppure sfiorarne l’ombra, uno scampato pericolo.
Birdland invece vende e viene pubblicato per tre anni di seguito, dal 1977 al 1979, come A o B side, e perfino nel 1990 su un mostruoso 12” sulla cui facciata A c’è The Groove, hit disco/funky di Rodney Franklin. E per tre volte vince un Grammy: la prima nel 1979, nella versione cantata dai Manhattan Transfer, le parole scritte da Jon Hendricks che Al Jarreau ha definito “il migliore cantante jazz del pianeta, forse di tutti i tempi” – come aggiungere lapislazzuli a un anello di oro bianco –; mentre alla 33a edizione dei Grammy Awards, nel febbraio 1991, l’interpretazione che ne dà Quincy Jones all’interno dell’album di cover Back On The Block (diventato disco di platino ed entrato nella Top Ten USA) guadagna al brano un grammofono dorato come Best Instrumental Arrangement e uno nella categoria Best Jazz Fusion Performance. Benché l’originale, per quanto di buono ci mettano gli imitatori, resta insuperato.
Quella Birdland che dedicata all’omonimo locale di New York sulla 52nd Street – fondamentale per Zawinul: “Per me Birdland è stato il posto più importante di tutta la mia vita. In questo locale ho conosciuto tutti, compresa la mia bellissima moglie. Lì ho incontrato Miles, Duke Ellington, e tutti quelli che mi interessavano in questo settore” – comunque la si prenda, siate rockettari che vedono chitarre dappertutto (Mars Needs Guitars!, incidevano gli Hoodoo Gurus nel 1985) o al contrario talebani Jazz che non tollerano le tastiere elettroniche adottate dall’austriaco con l’inseparabile zuccotto di lana come uno stuolo di cuccioli in crescita, è un inebriante passepartout sonoro capace di scardinare ogni reticenza. Un apolide in note – jazz, fusion, pop, mainstream, AOR, bollatela come volete – che può, anzi dovrebbe, appartenere a tutti.
Quella Birdland che ha la rara capacità di contagiare chiunque pur essendo tutt’altro che banale, o parca di finezze e complessità armoniche e melodiche, diventando secondo la Penguin Guide To Jazz Recordings “uno dei pochi brani di jazz contemporaneo che tutti sembrano aver ascoltato”. E andrebbe aggiunto, apprezzato.
Forse a causa di tale esito nulla affatto scontato, la vulgata vuole che Heavy Weather non sia tra gli album più amati dagli estimatori della band. Ma i dati di fatto, la messe di premi, l’apprezzamento della critica, le cifre di vendita a sancire che questo è il disco più venduto dei Weather Report, smentiscono in pieno le chiacchiere. Del resto, a guardarlo dalla giusta distanza, a sentirlo con orecchie libere da qualunque preconcetto legato ad alchimie che talvolta possono valere (benché confutate più e più volte: successo commerciale = minimale artistico), Birdland è un brano perfetto. A compendio di un intero lato, side A, che definire ugualmente tendente all’assoluto non pare esagerato.
Quale altro aggettivo si può trovare per il picco di lirismo toccato da A Remark You Made, che sofisticata, struggente e fragile, traccia nel dialogo tra il soprano di Wayne Shorter e il fluido solismo di Zawinul che firma, un arco di così rara sensibilità?
E che dire del divino crescendo di Harlequin firmata dal sassofonista, il cui strumento, pur entrando in scena solo a metà pezzo, si alza in volo con una passionalità mista a eleganza in una fusion(e) da totale stato di grazia.
Occorre Teen Town, di Jaco Pastorius che per questi tre minuti suona anche la batteria (il padre era un professionista dello strumento e lui stesso iniziò a suonare il basso dopo un incidente al braccio che gli impedì di continuare coi tamburi sulla scia del genitore), per ritrovare la solidità di Birdland: il ritmo diventa serrato, i colori si fanno caldi, l’odore, il sapore – dopo tanto cielo e anima – sono quelli della terra, della corporeità, di uno strumento – il basso – le cui corde sembrano attraversate dal sangue, pulsare come le vene turgide di chi le suona con immensa abilità.
Pastorius era entrato nei Weather Report nel 1976, al posto di Alphonso Johnson. Ma soprattutto era entrato nelle grazie di Zawinul che oltre ad apprezzarlo come musicista lo considerava una sorta di talismano: “Cominciammo a fare il tutto esaurito nelle grandi sale da concerto, ovunque andassimo” (Bill Milkowski, Jaco Pastorius. La straordinaria e tragica vita del più grande bassista del mondo; Nuovi Equilibri, 2001). E ha aggiunto: “Prima di Jaco i Weather Report erano una band di culto, apprezzata soprattutto dai neri. Jaco era questo simpatico ragazzo bianco che ci ha portato un nuovo pubblico bianco che ci ha fatto avere molto più successo commerciale. Jaco è stata la cosa più bella che sia capitata alla band. E per me era il mio migliore amico”.
Il ragazzo scala presto le gerarchie fino a scavalcare persino Wayne Shorter, al punto che per Heavy Weather, Zawinul lo promosse al ruolo di co-produttore. Zawinul: “Per Wayne lo studio di registrazione non era proprio cosa sua. Era presente per la maggior parte del tempo ma lasciava che fossimo noi a gestire il progetto. E Jaco aveva un’ottima conoscenza del mixer. Io conoscevo bene la musica, era il mio punto di forza, ma Jaco sapeva molto bene come aggiungere il riverbero agli strumenti e come ottenere un buon suono di batteria. E il suo lavoro al mixer dava una presenza enorme al suo suono di basso”.
Ma Pastorius non è uno dal cuore tenero. Dietro l’abbandono di Chester Thompson c’è la sua mano. In una lunga teoria di batteristi e percussionisti che ha il profilo della maledizione, dato che nessuno di loro fino allora aveva resistito oltre la durata della registrazione di un disco e del compimento di un tour, il percussionista di Baltimora che si era fatto un nome suonando per Frank Zappa era stato integrato nei Weather Report nel 1975 per il lungo tour americano ed europeo durato dall’inizio di febbraio alla fine di novembre. Tutto sembrava funzionare a meraviglia, quando prima della fine delle registrazioni del nuovo disco, Black Market, Alphonso Johnson lascia. Poco dopo abbandona anche Thompson, perché Jaco Pastorius col quale il feeling non si è mai instaurato ha chiamato in studio Narada Michael Walden per mettergli pressione.
Quando (in una intervista sul sito World Of Genesis) gli chiedono se si trattava di differenze musicali o personali, il batterista risponde così: “In realtà si trattava di tutto questo. Jaco voleva assolutamente far parte della band. Quindi era praticamente lo ‘Yes Man’ di qualsiasi cosa gli dicessero. Le prove sono state un po’ strane, perché le canzoni che avevo appena registrato con Alphonso al basso erano diverse di 180 gradi con Jaco. Alphonso aveva un meraviglioso senso dello spazio quando suonava, mentre Jaco era tutto note. Non funzionava. Suppongo che avrei potuto adattarmi, dal punto di vista musicale, ma ad essere sincero non mi interessava”.
Dal sito Joe Zawinul Unofficial Italian Fan Site, Alex Acuña conferma il sentore di Chester Thompson: “Sembrava che Jaco volesse suonare con un batterista che suonasse uno stile diverso. Quando eravamo in camera insieme al Tropicana Motel su Santa Monica Boulevard, abbiamo suonato in camera tutti i pezzi che Wayne Shorter aveva scritto per il quintetto di Miles Davis e lui rimase molto colpito nel vedere un percussionista peruviano, sudamericano, latino-brasiliano che suonava e conosceva questi brani”. Risultato, conclude Acuña, “Jaco disse a Joe che voleva che suonassi la batteria nella band. Joe disse: ‘Va bene, useremo due batteristi, ma Jaco disse di no’”.
Mentre Zawinul, dal canto suo, e per chiudere il discorso, se l’è cavata con un diplomatico, per non dire iniquo, “tutto ha funzionato perché Chester ha iniziato a lavorare con i Genesis e Phil Collins, ritagliandosi una carriera importante che con noi non avrebbe mai avuto”. Meno male che non ha chiesto a Thompson di essere ringraziato pubblicamente per il favore.
A parte Rumba Mama, torrido showcase di due minuti di Alex Acuña e Manolo Badrena alle percussioni, registrato dal vivo l’8 luglio 1976 al Montreux Jazz Festival, la seconda facciata di Heavy Weather è suddivisa equamente tra i tre compositori. Palladium è la risposta di Wayne Shorter al collega Zawinul in fatto di tributi a “luoghi di culto”: il Palladium del titolo riferisce al locale di New York che ha rappresentato per il sassofonista ciò che Birdland fu per il tastierista. Un brano che invece di ricorrere alla nostalgia che può infondere il passato seppure glorioso di un sito – cinema, teatro, sala da concerto e night club – punto di riferimento del panorama sociale e storico di un motore culturale come la capitale statunitense, si adopera per mantenere saldo lo spirito vitale di una raison d’être.
The Juggler, dal tono intimo e barocco, sopraffino nell’utilizzo del piano elettrico Rhodes, regalmente innervato delle voluttuose sfumature offerte dal synth ARP 2600, sgorga dalla penna di Zawinul come una gemma che dovrebbe soddisfare in pieno i fan del Prog rock. Intervistato nel 1978 per un editoriale incentrato proprio sulle tastiere Rhodes, il leader dei Weather Report dichiara che il brano è nato da una improvvisazione registrata a sua insaputa dal tecnico Brian Risner. “Un anno dopo – ha proseguito Zawinul – mi ha fatto risentire il nastro. L’ho scritta esattamente e i Weather Report l’hanno registrata. Non si sa mai quando si crea”. Su The Juggler, così come per Birdland, Jaco Pastorius è accreditato per aver suonato il mandocello, una versione XL e baritonale del mandolino, delle stesse proporzioni esistenti, per dare un’idea, tra violino e violoncello.
Chiude l’album tumultuosamente, Havona. Concepito da Pastorius, il basso voluminoso e ansimante, la batteria raggiante di Acuña, tirano la volata a Shorter e Zawinul elegiaci – al sax soprano e al piano acustico soprattutto – nell’atto di vergare aforismi in note. Miscela di muscoli, cervello, anima, Havona è una miccia che innesca la deflagrazione della AI3: Arte Imponderabile, Irriproducibile, Incommensurabile (causa fattore umano). Traguardo impossibile per la AI – Artificial Intelligence – di oggi né domani.
Havona era stata scritta dal bassista molto prima di entrare nei Weather Report, e una versione embrionale fu registrata insieme a Herbie Hancock, Lenny White e Don Alias durante le sessioni per l’album di debutto di Jaco del 1976, ma non vide mai la luce. La cosa più curiosa è il titolo, che anche questa volta, come per Zawinul e Shorter, richiama un luogo, benché più bizzarro. La moglie di Pastorius, Ingrid, sostiene che il marito abbia scritto Havona avendo in mente Il libro di Urantia. Una controversa pubblicazione nata dai resoconti di William S. Sadler e della moglie Lena, noti e stimati medici di Chicago che registrarono – nonostante la fama di demistificatori di fenomeni paranormali – quanto riportato da un vicino che nel sonno veniva “istruito” da un essere spirituale indicato come “visitatore studente”. Da queste conversazioni Il libro di Urantia pubblicato nel 1955: 2097 pagine tra lo spirituale e filosofico, religione e scienza, che traccia una storia alternativa dell’Universo, dell’origine umana, della vita di Gesù. E che nello specifico identifica Havona come un universo composto da un miliardo di “mondi perfetti, senza tempo” in rotazione attorno al Paradiso. E per quanto si sappia dei problemi di Jaco Pastorius con alcool e droghe, va notato come quanti musicisti – di altissimo rango e della più diversa estrazione – abbiamo fatto ricorso, nella musica o nella vita, al discusso volume: da Karlheinz Stockhausen a Stevie Ray Vaughan, da Jerry Garcia a Pato Banton, persino Jimi Hendrix, e Kerry Livgren che noto per essere un fervente credente dopo avere abbandonato i Kansas è diventato uno dei maggiori esponenti del Christian Rock.
Ma per tornare al centro della cosmologia che ci interessa, quella dei Weather Report, se la side A di Heavy Weather rasenta la perfezione, il lato B è da meno solo per la breve “licenza” etnica di Rumba Mama. Il rimanente imbastire ritmico, armonico, melodico è di prima qualità. Talmente ovvio nella sua eccellenza da essere riconosciuto anche da chi solitamente cieco e sordo – i tanti intrallazzoni delle giurie di vario stampo – alla intransigenza qualitativa. Detto dei tre Grammy conquistati a più riprese da Birdland – con cover che vanno da Snoopy’s Jazz Classiks On Toys (proprio i Peanuts di Schulz) alla Jazz Meets Sympony Collection di Lalo Shifrin – l’album e quei Weather Report racimolano una tale quantità di riconoscimenti da perdere il conto: Jazz Album of the Year e Jazz Group of the Year per il 42° readers poll annuale di Down Beat; Record of the Year per il readers poll di Jazz Forum; 1977 Silver Disc Award per il magazine Swing Journal; Jazz Record of the Year e Jazz Band of the Year per Playboy; Instrumental Group of the Year per Record World; Record of the Year per Cashbox; ma anche una nomination al Grammy nella categoria Best Jazz Soloist per Jaco Pastorius.
Ma più convincente di tutti, se si parla di orecchio fine, è il giudizio di Pat Metheny: “Per me Heavy Weather è il miglior album dei Weather Report. È uno dei grandi dischi di tutti i tempi. Praticamente dall’inizio alla fine non c’è un punto morto in quel disco. È concettualmente brillante e dal punto di vista esecutivo devastante. Inoltre il suono è incredibile”. E “amen” per tutti coloro che avessero ancora di che tentennare.
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