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7.3

Ok, l’età di una signora non dovrebbe far parte di una qualsivoglia argomentazione, tuttavia Viv porta così bene i suoi 57 anni che non possiamo esimerci dal citarli come mezzo di contasto per la freschezza di questo disco, col quale la ex chitarrista delle Slits esordisce in solitaria. Accompagnata da ospiti lussuosi come Jack Bruce, Glen Matlock e Tina Weymouth, affidata la produzione a Dennis Bovell (che già diresse i lavori per Cut), la Albertine sfodera ispirazione e grinta che diresti rriot, anche se bastano pochi secondi per capire quanta distanza passi dal ghigno civettuolo d’una Liz Phair.

La cadenza wave e le costanti declinazioni psych tratteggiano un approccio arty tra lo sferzante ed il lirico, capace assieme di cimentarsi laconico, evocativo e avant. Le canzoni svariano disimpegnandosi tra retaggi Velvet e Brian Eno, Wire e Stereolab, con la cocciutaggine senziente di chi ne ha passate e udite abbastanza da potersi permettere di fare più o meno quel che meglio crede. Il risultato è godibile e arguto, a tratti persino affascinante. Ma il vero miracolo è che riesce a non suonare né nostalgica né tanto meno postuma. Anzi potrebbe rappresentare un credibile prototipo per tante aspiranti rocketare con l’ambizione di lasciare il segno.

Tra la filastrocca androide di Confessions Of A Milf, il caracollare rapito di The Madness Of Clouds e il teatrino beffardello di Hookup Girl si consumano forse i momenti migliori di una scaletta che non accusa cedimenti. Dove ti sei nascosta tutto questo tempo, Viv?

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