Recensioni

Il terzo album del produttore di Londra Louis Carnell, in arte Visionist, apre le danze all’insegna del rumore bianco. Nel primo minuto, a un opprimente gorgoglio di sottofondo si uniscono, inaspettate, le note di un baldanzoso clarinetto. D’improvviso la musica si arresta. In quei trenta secondi di silenzio del brano apripista di A Call To Arms By Design, è facile leggere, oltre che una ritrovata teatralità nella composizione, una presa di posizione: “Wait and see”, sembra dirci Carnell, un musicista ormai da tempo intento a scansare l’associazione con il grime strumentale che lo rese noto nei primi anni Dieci e più che pronto a imprimere il proprio marchio nel mondo dell’avanguardia.
Non è forse un caso che quel primo minuto mi ricordi istantaneamente i fiati in fuga dei primi secondi di Horse Rotorvator dei Coil e che le texture noise a far da collante tra un brano e l’altro nei 45 minuti a seguire, finiscano per ricordarmi più i suoni diegetici delle industrie di Deserto Rosso di Antonioni che un qualunque cenno al mondo dell’hip-hop in senso lato, come ancora se ne potevano trovare, di straforo, nell’amalgama post-deconstructed del suo penultimo Value (2017). E non è forse un caso che a ospitare questi nove brani a cavallo tra devastazione industrial e sperticato lirismo siano i tipi di Mute, cui il nuovo sound di Visionist sarà parso come una sorta di erede spirituale delle incontrollate sbavature di certi SPK e delle accorate interpretazioni vocali di un Martin L. Gore.
Tra accidentate avventure in ambito noise (i droni di Allowed to Dream, cui partecipa il veterano KK Null) e assordanti detour in ambito techno (il brutalismo di Nearly God, in cui techno e campane da chiesa in festa coesistono sullo stesso piano; gli imprendibili 140 bpm di Lie Digging, sostenuta da un loop alla batteria di Morgan Simpson dei Black Midi), in A Call To Arms Visionist sembra alla ricerca di un una solennità capace di iniziare un processo di purificazione. L’obiettivo viene raggiunto, in parte, attraverso la parola. Per la prima volta la voce di Carnell, anziché bistrattata a favore di imperscrutabili sample, si piega al formato canzone, rivelandosi uno strumento di sorprendente duttilità e impatto emotivo.
Se By Design si chiude con un’iridescente chitarra e un Carnell intento a narrare l’incontro tra l’innocenza di un bambino e l’autorevolezza di una figura paterna («But soon you’ll be walking / my fallen child»), in Form, aperta dalle dissonanti corde del chitarrista Wu-Lu, i portentosi vocals di Carnell, accompagnati dai lamenti della cantante d’opera Lisa E. Harris, sembrano evocare le imperiose interpretazioni proprio di un Gore o persino di uno Scott Walker. «In the hunger of a fool’s eye», ripete laconico, quasi a volersi liberare delle vecchie preoccupazioni sulla ricezione del proprio lavoro e della propria immagine esplorate in Value. Nonostante Carnell risulti più che credibile nella veste di interprete-filosofo, è il timbro senza genere di Haley Fohr (Circuit Des Yeux) ad assurgere a figura dominante: in The Fold, accompagnato dai pesanti rintocchi di un pianoforte e soffuse atmosfere industrial in sottofondo, il vaticinio di Fohr finisce per veicolare il messaggio portante del disco («Hold the hope inside / All the hope inside / That I could not break»), in un momento di toccante simbolismo che, per quanto rivelatore, finisce per prendere il sopravvento, interrompendo con un’eccesso di pathos le intriganti allusioni multi-genere del lato A del disco.
Se brani come The Fold e Winter Sun, con i suoi cenni alla musica sacra, dimostrano quanto A Call To Arms non sempre riesca a dosare la seriosità dei propri intenti, quando alla smania di purificazione si aggiunge un tocco di leggerezza il disco raggiunge alcuni dei suoi picchi. La conclusiva Cast, tra ovattati loop e luminescenti note al piano che ricordano William Basinski, si presenta come una beatifica, ossigenata risposta agli attacchi di panico del Visionist di Safe (2015), mentre nell’eccellente A Born New Carnell trasforma il lacerto di una sua interpretazione in falsetto in un gassoso, energizzante sample che sembra trascinare Carnell nel suo personale Iperuranio. La musica di Visionist rinasce qui.
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